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Old 17-08-11, 20:50   #1 (permalink)
kraški brežan
 
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Villaggio della Birra
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Default [Saint Seiya] After the Apocalypse

Qualcuno ha mai provato a immaginare come potrebbero essere le future generazioni dei Cavalieri dello Zodiaco? Beh, ho provato a pensarci e a ottenerne qualcosa di scritto. Per un po' di tempo non sapevo se valesse la pena postare o meno, poi la critica positiva di mio fratello mi ha convinto...
Da bambino seguivo affascinato l'anime dei Cavalieri dello Zodiaco, per poi crescere e accorgermi dei chiari limiti che aveva. Poi, molto più di recente ho scoperto Lost Canvas, un anime/manga che ha rivalutato alla grande le potenzialità di questi eroi in armatura, o meglio quelli di due secoli prima. Ma narrare del passato presenta un grosso difetto: a grandi linee infatti si sa già come andrà a finire. Ecco perché è più interessante rivolgere l'attenzione al futuro... Ah, tanto per essere chiari, mi riferisco a un lontano futuro che non ha praticamente più niente a che fare con le generazioni a noi note.
Da tempo non c'è quasi nulla di nuovo nella sezione Fan Fictions, io stesso non ho più postato nuovi capitoli de "La Leggenda del Dragone", ma non perché non scrivessi più... sembra che non ci sia più molto interesse verso questa sezione. Adesso provo con qualcosa di nuovo, senza troppe aspettative, ma ben felice di trovare eventuali critiche.
Buona lettura!



I Cavalieri dello Zodiaco - After the Apocalypse


1° CAPITOLO

Il sole era ancora alto e la giornata piacevolmente riscaldata. Flavio correva veloce e per primo superò la cima della collinetta verde. A quel punto giunse in vista del loro villaggio e si fermò per ammirarlo dalla distanza, mentre decideva di attendere l'arrivo dei due amici. Giulia lo raggiunse e si sedette sull'erba per riprendere fiato e intanto osservare serenamente il paesaggio. Dopo essersi guardato brevemente alle spalle, il ragazzino ne seguì l'esempio e si accomodò al fianco della sua coetanea.
"Dov'è finito quel pigrone?" chiese quindi sorridente.
"Non lo so... Era dietro di me, ma credo non avesse voglia di correre." gli rispose lei, ricambiandolo con un'espressione radiosa.
Lui la fissò come stregato da quegli occhi verdi e dalle trecce castane mosse dalla piacevole brezza primaverile. Giulia era sua amica d'infanzia, ma giorno dopo giorno si convinceva sempre più che fosse anche la persona più importante della sua vita. Poco importava se entrambi fossero appena dodicenni, già sapeva che non l'avrebbe mai lasciata.
"Vuoi che vada a cercarlo?" propose la ragazzina a un certo punto.
"Non importa, arriverà con i suoi ritmi." disse l'altro con indifferenza: "Sa dove raggiungerci."
Giulia lo studiò con interesse, cercando di capire cosa avesse in mente. Lei voleva bene a entrambi come se fossero suoi fratelli, o forse anche di più, Flavio però sembrava apprezzare particolarmente il tempo trascorso da solo con lei. Accortosi dell'attenzione rivoltagli, le ricambiò lo sguardo con gli occhi color nocciola e le sorrise di nuovo accarezzandosi i biondi capelli corti. Sembrava in procinto di dire qualcosa quando udirono dei passi provenire da dietro.
"Enea, finalmente!" esclamò la ragazzina come sollevata.
Quello sbuffò scocciato e si lasciò cadere sull'erba al suo fianco distendendo braccia e gambe in ogni direzione.
"Te la sei presa comoda..." lo punzecchiò Flavio, senza lasciar intendere che il suo ritardo non gli era affatto dispiaciuto.
"Ve l'ho già detto... non mi va di correre." spiegò pigramente: "Ho già abbastanza da faticare ogni giorno e non immagini nemmeno lontanamente quello che mi tocca fare!"
Gli altri due si scambiarono un divertito sguardo d'intesa.
"Ti tocca fare? Ma se nessuno ti obbliga!" lo rimproverò l'amico: "Hai una bella faccia tosta a lamentarti per ciò che fai di tua spontanea volontà."
"Non hai tutti i torti..." sospirò Enea abbozzando finalmente un sorriso: "E' solo che sono molto stanco e all'idea di ulteriori fatiche..."
"Ok, ok..." alzò bandiera bianca l'altro, anche se non riusciva proprio a concepire una breve corsa come qualcosa di faticoso: "Però non ho ancora capito perché ti ostini tanto a proseguire su questa strada... Cos'è che ti spinge a farlo? Lo fai per il tuo maestro, o forse perché vuoi seguire le orme di tuo fratello?"
Enea scosse il capo quasi infastidito.
"Abbiate pazienza, a me piace la vostra compagnia..." si stiracchiò: "...ma d'ora in poi evitate di farmi correre."
"Scusaci, noi non seguiamo il tuo duro addestramento e non vediamo l'ora di avere del tempo libero per poter passeggiare tra i campi e i boschi." chiarì Giulia allegramente: "E poi tu sei sempre pieno d'energia e ti credevamo instancabile..."
Lui grugnì stizzito, poi si accorse che la ragazza continuava a fissarlo.
"Che hai da guardare?"
La ragazzina arrossì sorpresa. Loro tre si conoscevano da sempre, ma Enea col tempo era cresciuto prepotentemente. Nonostante avesse solo dieci anni, superava in altezza anche Flavio, che di certo basso non era. Seppure ancora lontano dalla pubertà, grazie al suo particolare allenamento diventava ogni giorno più vigoroso e atletico, dimostrando una maturità eccezionale, e non soltanto fisica. A Giulia infine non era sfuggito nemmeno il suo bell'aspetto.
"I tuoi capelli... sono diventati più scuri?" si chiese lei: "Un tempo eri biondissimo..."
"Ah, già... evidentemente è un tratto di famiglia." liquidò lui il discorso senza troppo interesse: "Che ne dite? Torniamo a casa?"
Mentre si rialzava, si strofinò i corti capelli biondo cenere per togliersi i fili d'erba che vi si erano attaccati e osservò con gli intensi occhi argentei i due amici. Erano il suo supporto, le persone più care e vicine che gli fossero rimaste. Erano la sua famiglia.

Nel villaggio si respirò aria di agitazione. Diverse persone si erano riunite nella piazzetta principale e discutevano animatamente come di un imminente pericolo. I tre ragazzi si guardarono attorno sentendo crescere la preoccupazione, infine avvicinarono il capo villaggio, che era anche il padre di Giulia.
"Cosa sta succedendo?" gli chiese Flavio.
"Uno dei contadini della valle è giunto poco fa in uno stato terribile, gravemente ferito e sconvolto! Dice che un tizio grande e grosso ha aggredito lui e alcuni suoi compagni, uccidendo senza pietà tutti gli altri!" spiegò visibilmente scosso: "E sembra che si stia dirigendo al villaggio. Ragazzi, allontanatevi da qui, tornate nel bosco, ho una terribile sensazione!"
I tre si guardarono increduli. Qualcosa di simile non era mai accaduto. Anche se gli ultimi anni non erano stati affatto tranquilli, il villaggio era rimasto isolato e lontano dalle guerre e dalla grande devastazione che queste avevano portato.
"Papà, dovremmo andarcene tutti..." suggerì la ragazza.
"No, non c'è tempo, sbrigatevi! Andate con gli altri bambini!" la interruppe il padre: "E' mio dovere rimanere a difendere il villaggio! Tranquilli, non sarò da solo!"
Attorno a loro nel frattempo scorsero le donne che si affrettavano con i propri figli sulla via diretta al bosco, mentre gli uomini impugnavano ogni cosa potesse rappresentare un'arma e si raccoglievano nella direzione opposta. Improvvisamente si udì un grido di allarme e il capo villaggio afferrò un forcone prima di raggiungere i compaesani.
"Accidenti, è già qui!" esclamò: "Presto, andate a nascondervi!"
I tre rimasero a guardarlo mentre si allontanava. Ancora una volta si guardarono confusi, infine Giulia prese una decisione.
"Sono preoccupata per mio padre, non posso andarmene!"
E senza attendere una reazione degli amici, seguì le orme del capo villaggio.
"Vado con lei, voglio vedere chi è quel bastardo assassino!" non perse tempo Flavio: "Bisogna fargliela pagare!"
E anche lui si allontanò rapidamente.
"Aspettate!" gridò inutilmente Enea: "Accidenti...!"
Quando arrivò all'ingresso occidentale del villaggio, vide che i suoi amici, al pari degli altri abitanti, stavano fissando con timore un uomo enorme. Era molto alto e robusto, con il torso scoperto a esporre una massa muscolare davvero impressionante, con un'ampia chioma rossa di capelli ispidi che gli ricadeva alle spalle e con un'espressione minacciosa disegnata sul volto barbuto. Era stato accerchiato da una ventina di uomini armati, ma sembrava spavaldo e sicuro di sé.
"Chi sei?! Cosa sei venuto a fare?!" lo interrogò il padre di Giulia.
L'estraneo ricambio lo sguardo con un ghigno feroce. Sembrava più una belva che un uomo, ma nonostante l'aspetto imponente e la folta barba doveva avere una ventina d'anni.
"Sono venuto a reclamare vendetta!" ruggì con voce profonda: "Distruggerò il vostro dannato villaggio e vi ammazzerò tutti!"
Gli uomini del villaggio rabbrividirono, ma uno di essi protestò.
"Ma di cosa ti vuoi vendicare?! Cosa ti abbiamo fatto?!"
"Taci!" tuonò l'altro: "Non avrò pace finché non ammazzerò quello di voi che mi ha umiliato tre anni fa e se non si farà subito vedere, tutti voi pagherete al posto suo!"
Il capo villaggio non capiva a chi si riferisse e provò a farlo ragionare.
"Non lo so a chi ti stia riferendo, ma se oserai alzare le mani su questo pacifico villaggio, verrai certamente punito! Che sia per mano nostra o divina!"
L'uomo scoppiò a ridere di gusto tra lo stupore generale.
"Non temi il castigo degli dei?!" lo minacciò qualcuno.
"Non avete idea di chi avete di fronte!" disse il gigante: "Il mio nome è Hector e sono diretto in Grecia, al Grande Tempio di Atena! Appena avrò finito con voi infatti riceverò una sacra armatura d'oro! Credete davvero che gli dei stiano dalla vostra parte?!"
Questa volta sul viso degli abitanti si lesse vero terrore.
"U-un cavaliere di Atena?!" esclamò uno di loro: "No! Uno dei sacri cavalieri d'oro, i più potenti tra tutti!"
"Non abbiamo alcuna possibilità di vincerlo!" sentenziò un altro preso dal panico.
"E' davvero così forte?" si chiese ingenuamente Flavio guardando l'amico: "Se è così, chi potrebbe essere stato a umiliare quel colosso? A meno che..."
"Già, lo penso anch'io." annuì Enea: "Dev'essere stato lui. E pensare che ci ha messo in questo guaio..."
"Su, non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe finita in questo modo, di certo non lo avrebbe permesso!" intervenne Giulia.
"Però adesso non è nemmeno qui per rimediare!" insistette lui.
Vedendo che la situazione rischiava di sfuggirgli dal controllo, il capo villaggio decise di agire.
"Forza, non abbattetevi per ciò che questa canaglia afferma! Dobbiamo proteggere il villaggio a ogni costo, indipendentemente da chi abbiamo di fronte!" rinfrancò i compagni, per poi rivolgersi ancora all'estraneo: "E' la tua ultima occasione per ripensarci e andartene da qui!"
Hector rise di nuovo in modo insopportabile.
"Sono pronto, fatevi sotto!"
Feriti nell'orgoglio, gli uomini del villaggio gli si lanciarono contro tutti assieme per fargliela pagare. In fondo era solo e disarmato. Ma gli bastò compiere un semplice gesto del braccio destro, almeno in apparenza, e in un solo istante era tutto finito. Gli uomini caddero tutti a terra, le loro armi spezzate, i loro corpi dilaniati e sanguinanti. Nessuno di essi sembrò in grado di rialzarsi, forse erano già morti.
"Papà!!!" urlò Giulia sconvolta.
"Cos'è successo?!" si chiese stupefatto Flavio: "Come ha fatto?!"
Solamente il capo villaggio riusciva ancora a muoversi e a sollevarsi sui gomiti.
"Che tu sia dannato!!" maledì il nemico sentendosi impotente.
"Tranquillo, adesso ti finisco!" ghignò Hector soddisfatto.
"Papà, no!!"
Disperata, la ragazzina raggiunse il padre con l'intenzione di proteggerlo ed egli tentò invano di allontanarla da sé.
"Vattene Giulia! Perché sei qui?!"
"E' tua figlia? Beh, sarebbe un peccato separarvi, no?"
E così dicendo Hector lanciò un secondo attacco, questa volta un solo colpo concentrato. A essere colpito però fu Flavio, che si era anteposto appena prima a copertura dell'amica. Il suo giovane corpo fu scaraventato via con estrema violenza.
"NOOO!!!"
Enea e Giulia guardarono con orrore il loro compagno steso a terra in modo innaturale. Le sue ossa e i suoi organi erano stati fatti a pezzi ed era coperto ovunque di sangue. I due corsero da lui con le lacrime agli occhi, inginocchiandosi al suo fianco. Avevano dolorosamente realizzato che stava morendo e gli strinsero le mani con affetto.
"Flavio..." sussurrò Enea con voce spezzata.
"P-proteggi-...-la..." cercò lui di parlare con le sue ultime forze vitali: "Tu... puoi farlo."
Furono le sue ultime parole, poi il scintillio dei suoi occhi si spense per sempre. Fino a poco prima era stato così vivo e felice di esserlo. Enea non riuscì a farsene una ragione. Giulia intanto grondava lacrime silenti e sembrava aver perso contatto con la realtà. Stava immobile con gli occhi fissi sul corpo martoriato del caro amico d'infanzia.
"Non siate troppo tristi, tanto adesso vi toglierò da ogni tipo di sofferenza!" si udì nuovamente la voce dell'assassino alle loro spalle: "Vi prometto che vi ritroverete tutti assieme molto presto! Non sono forse magnanimo?!"
Enea si alzò in silenzio e si voltò a fronteggiare il gigante.
"Hai ragione..." rispose con tono di voce tetro: "Un giorno lo rincontreremo... Ma quel giorno non è ancora giunto."
Hector studiò divertito il ragazzino, che non pareva affatto intenzionato a fuggire.
"Sei forse un aspirante profeta, o hai appena avuto la folle idea di affrontarmi?" lo derise: "Pazzo o coraggioso che tu sia, devo ringraziarti. Almeno mi risparmio la rottura di cacciarti e stanarti come con una bestia."
"Tu, bastardo, hai commesso gravi crimini nel mio villaggio e io non ti perdonerò mai." sentenziò il ragazzo sempre più cupo: "Ti ammazzerò qui, ora, fosse l'ultima cosa che faccio."
L'uomo fece svanire il proprio ghigno malvagio e si massaggiò le nocche minaccioso.
"Anche se sei solo un moccioso, non credere che te la farò passare liscia dopo quello che hai osato dire!"
Senza preavviso mosse il pugno destro. Stava usando nuovamente il primo attacco, quello che da solo aveva abbattuto tutti gli uomini del villaggio. Enea incrociò prontamente le braccia davanti a sé in posizione di difesa e nel frattempo arretrò di qualche passo saltellando rapidamente ora da un lato, ora dall'altro. Alla fine si ritrovò con diversi tagli e graffi sanguinanti, ma ancora vivo.
"Com'è possibile?!" sbottò stupefatto Hector: "Neanche con tutta la fortuna del mondo... non saresti riuscito a evitare il mio attacco!"
"Posso vederlo..." spiegò il ragazzino.
L'uomo sentì un brivido quando vide lo sguardo determinato del suo avversario. I suoi grandi occhi grigi non mostravano semplicemente un odio furente e incontrollato, ma erano gli occhi freddi e decisi di un guerriero, simili a quelli di una belva che sta per azzannare la sua preda.
"Chi vuoi prendere in giro! I miei colpi viaggiano alla velocità della luce!"
"Velocità della luce? Non essere ridicolo..." lo schernì Enea.
Attorno al suo corpo come per magia comparve un'aura chiara e splendente, lasciando a bocca aperta il gigante.
"Questo bamboccio... sta espandendo il proprio cosmo?!" balbettò incredulo.
"Esatto, credevi di essere l'unico in grado di farlo? Adesso te lo faccio vedere io un vero attacco: LIGHTNING PLASMA!"
In modo simile al suo nemico, dal pugno destro esplose una serie di rapidissimi attacchi, praticamente invisibili a occhio nudo. Hector tentò di difendersi a sua volta, ma fu investito da una miriade di colpi che non riusciva nemmeno a vedere. Si ritrovò coperto di tagli, tutto sanguinante, ma esultò scoprendosi ancora in piedi.
"Notevole! Ammetto che mi hai preso completamente alla sprovvista... eppure ti è andata male!" rise vittorioso: "Per quanto ti sforzi sei solo un ragazzino e non riuscirai mai a stendere un uomo possente come me! Un vero peccato, forse un giorno saresti diventato davvero pericoloso, ma non ti permetterò di vivere abbastanza per scoprirlo!"
L'energumeno riacquisì tutta la spavalderia, pronto a chiudere i conti con il suo giovane sfidante. Il capo villaggio continuava a osservare lo scontro senza comprendere veramente cosa stesse accadendo e non sapendo se fosse il caso di intervenire per aiutare il ragazzino o se lasciarlo fare. Dopotutto per come si erano messe le cose, Enea era rimasto l'unica speranza per il villaggio. Anche l'attenzione di Giulia era ora rivolta allo scontro, ma il suo sguardo tradiva ancora lo smarrimento di cui era vittima.
"Non ho ancora finito." aggiunse Enea.
"Peggio per te, perché invece io ti finirò adesso!" ruggì Hector.
Entrambi espansero il loro cosmo, ma il gigante rimase quasi paralizzato alla vista di quello avverso. Era diventato più vasto di quanto lo fosse stato precedentemente, ma anche più denso. Ora emanava riflessi dorati. Senza esitare, Enea si lanciò quindi a tutta velocità contro il nemico.
"LIGHTNING BOLT!"
L'incontro era giunto alla fine in un lampo. Quando Hector abbassò lo sguardo, si accorse che il suo petto era stato squarciato. Il braccio destro del ragazzino, che ora gli stava di fronte immobile, gli aveva trapassato il cuore. Il caldo sapore del sangue gli saliva in gola, mentre i sensi iniziarono ad annebbiarsi.
"C-Chi accidenti... sei t-tu?!" domandò sentendo crescere un misto di odio e ammirazione per quel moccioso.
L'altro lo fissò negli occhi, ora privi di ogni emozione.
"Non avrei motivo di dirlo a uno come te..." rispose: "Ma visto che stai morendo, ti accontenterò. Mi chiamo Aeneas."
Questo era in effetti il suo vero nome, leggermente diverso da quello che comunemente usavano gli abitanti del villaggio.
"Aeneas..." ripeté Hector con le ultime forze: "Non sei c-colui che cercavo... eppure adesso vedo che gli assomigli molto."
"Quello che cercavi è mio fratello."
Il gigante sgranò gli occhi, poi cadde a terra in un tonfo per non rialzarsi più.

"Enea..." lo chiamò il padre di Giulia.
Era ridotto davvero male, ma in qualche modo si era rimesso in piedi. Doveva avere qualcosa di molto importante da dire e il ragazzino si affrettò a raggiungerlo.
"Hai salvato il villaggio..." disse con riconoscenza mista a forti incertezze: "Ma adesso non puoi più rimanere."
"Cosa?" trasalì la figlia che lo aiutava a sorreggersi: "Perché?!"
"Anche se era un assassino, questo Hector sosteneva di essere un cavaliere di Atena... E non credo che mentisse." spiegò il capo villaggio: "Questi cavalieri sono sacri, non è permesso alzare le mani su di loro e sperare di rimanere impuniti. Ciò significa che appena al Grande Tempio scopriranno cos'è successo, manderanno qualcuno a vendicarlo e rendergli giustizia."
"Ma no! Non è giusto..." protestò la ragazza: "Era quel tipo il vero malvagio, Enea ci ha salvati!"
"Questo lo so, ma a loro non importa..."
"Capisco." rispose il giovane: "Partirò subito."
Padre e figlia lo osservarono meravigliati. Nessuno dei due si sarebbe aspettato una reazione simile e così immediata. Il solito Enea avrebbe insistito tenacemente per restare a difendere il villaggio da ogni futuro pericolo. Il capo villaggio capì che doveva avere qualcosa in mente, ma non avendo scelta, decise comunque di fidarsi di lui.
"Allora prendi tutto ciò che ritieni necessario e vai." lo sollecitò con sincero affetto: "Mi raccomando, abbi cura di te."
Giulia continuò a seguire il compagno, mentre questi raccoglieva le poche cose da portare con sé. Era ancora affranta per la perdita di un carissimo amico e non voleva accettare l'idea di doversi separare anche dall'altro. Tentò inutilmente di fargli cambiare idea, anche tra le lacrime.
"Farò in modo che il villaggio non abbia più nulla da temere." le disse come unica cosa: "Addio."
E dopo una breve preghiera rivolta a Flavio, Aeneas si incamminò per la sua strada. Gli abitanti erano troppo stravolti e indaffarati per salutarlo, quasi nessuno si accorse realmente della sua partenza. La ragazzina però continuò a seguirlo con lo sguardo sino all'orizzonte, senza nemmeno tentare di fermare le lacrime.
Viaggiò il più rapidamente possibile, con passi veloci e brevi pause. Non poteva permettersi di perdere tempo. Al mattino seguente giunse in vista di una cittadina costiera, dove avrebbe certamente trovato almeno una nave diretta in Grecia. Già, perché era quella la sua meta.
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Last edited by Tyki_Mikk; 17-08-11 at 21:04.
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Old 22-08-11, 11:11   #2 (permalink)
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Mi auguro che con il secondo capitolo questa fanfic inizi a essere più interessante...


2° CAPITOLO

Ormai aveva le idee chiare. Non avrebbe certo atteso con le mani in mano che quei cosiddetti cavalieri ritornassero per distruggere il suo villaggio. Sarebbe anche potuto rimanerci per proteggerlo, ma qualunque fosse stato l'esito di un nuovo scontro, non avrebbe comunque ottenuto molto. Doveva invece recarsi al Grande Tempio, nella tana del nemico, ed eliminare il problema alla radice. Ma pur non sapendo molto di questi cavalieri, si rendeva conto che sarebbe stata un impresa ben al di là delle sue capacità. Eppure doveva agire, li avrebbe fermati o sarebbe morto nel tentativo di farlo. In fondo era lui l'assassino di Hector che volevano.
Il viaggio sulla nave non fu particolarmente spiacevole, ma i suoi pensieri non erano rivolti ad apprezzarlo. Una volta sceso a terra, s'incamminò senza esitazione verso la via che portava al Grande Tempio, sentendo passo dopo passo crescere la convinzione. Si fermò per la notte nel villaggio vicino, dove cercò di raccogliere il maggior numero di informazioni su quello che l'avrebbe atteso da lì in poi.
Colui che comandava i cavalieri di Atena e che di conseguenza era il suo obiettivo, era il Gran Sacerdote. Com'era prevedibile però raggiungerlo sarebbe stata un'impresa titanica, poiché protetto da numerosi guerrieri. I più temibili tra tutti erano i cavalieri d'oro, inevitabili, poiché messi a presidio delle dodici case, disposte sull'unica via che portava al Grande Tempio e quindi al Gran Sacerdote.
In realtà c'era stata una dura guerra sino a due anni prima e il Grande Tempio aveva perduto gran parte dei propri uomini. Un ricambio generazionale era già in corso, ma molti erano ancora i posti vacanti, molte le armature disponibili. E molti erano coloro che si allenavano duramente aspirando a possederle. Hector era stato uno di questi.
Aeneas realizzò che si trattava di un'impresa folle, destinata a un rapido e inglorioso fallimento. Ma non si perse d'animo e provò a escogitare qualche metodo più efficacie per avvicinarsi all'obiettivo. Rimase sveglio per gran parte della notte, ma alla fine lo trovò.

Alle pendici del santuario c'era più gente di quanta si fosse immaginato. Molti giovani di talento si allenavano nel controllo del cosmo per poter un giorno entrare a far parte di quella banda di assassini ed Aeneas vide bene dal tenersi alla larga dai guai. La sua faccia nuova e le vesti prive di protezioni però attiravano troppo l'attenzione in un luogo così esclusivo. Alla fine, appena prima di salire la lunga scalinata che portava al Grande Tempio, fu avvicinato da due uomini poco amichevoli.
"Ehi tu, dove avresti intenzione di andare?" lo interrogò uno di essi.
Le guardie erano armate e con il volto quasi totalmente coperto da un elmo.
"Sono diretto al Grande Tempio."
I due scoppiarono a ridere.
"E credi davvero di poterti semplicemente presentare così?" lo schernì sempre lo stesso: "Il Grande Tempio non è accessibile quasi per nessuno, e anche i pochi che fanno eccezione necessitano di un particolare permesso!"
"Qual è il tuo nome, ragazzino?" domandò l'altro.
"Hector." mentì prontamente Aeneas.
Udendo quel nome i due si ritrassero sorpresi, raddrizzando la schiena in segno di rispetto. Il loro volto era divenuto serio e rispettoso.
"Ci perdoni, cavaliere! Noi non immaginavamo... Prego, passate pure, questa scalinata conduce dal Gran Sacerdote, immagino vi stia attendendo con impazienza."
"Grazie." fu tutto ciò che si sentì di dire Aeneas, quasi incredulo per essersi spianato la via con tanta facilità.
Cercò di sembrare più naturale possibile mentre iniziava a salire i gradini, cosciente dei numerosi occhi che ancora aveva addosso. L'idea di scalare un monte intero fatto di gradini non lo spaventava e anzi accolse con soddisfazione il fatto che le pendici pullulanti di guerrieri divenivano sempre più lontane mentre lui avanzava. Ma la parte difficile era appena iniziata. Ora doveva attraversare le case dei cavalieri d'oro e difficilmente lo avrebbero lasciato passare semplicemente mentendo sul suo nome. Dopotutto non aveva nulla per provare chi fosse e non sapeva nemmeno se il vero Hector avesse dovuto portare con sé qualcosa da presentare al suo arrivo.
Ormai era in ballo e non poteva più tornare indietro. Giunse così in vista della prima casa, teso all'idea di ciò che poteva attenderlo. Questa volta era lui l'invasore, non si ergeva a proteggere qualcuno o qualcosa, ma anzi era pronto a farsi strada con la forza, se necessario. Era ancora immerso nei pensieri e non seppe se avesse fatto meglio a parlare o a rimanere in silenzio cercando di svignarsela di nascosto. Optò per la prima opzione, convinto che nell'altro caso sarebbe stato facilmente smascherato e una volta passato per intruso non sarebbe andato lontano.
"C'è nessuno?!"
Udì solo il silenzio e dopo un po' di attesa chiamò ancora. Ma ancora una volta non ci fu risposta.
"Se non ci sono obiezioni, io passerei oltre!" disse e altrettanto fece.
L'interno della casa era buio, il rumore dei suoi passi, nonostante fossero leggeri, si propagò ovunque. Ma nessuno comparve sulla sua strada e con un po' di stupore si trovò all'uscita, di nuovo all'aperto. La scalinata proseguiva davanti a lui e dopo essersi brevemente voltato a guardare la casa alle sue spalle, proseguì la sua salita. Dopo qualche gradino si mise a correre, come spaventato che qualcuno potesse ancora comparire dalla prima casa e raggiungerlo. La fortuna lo aveva aiutato e non era intenzionato a sprecarla.
Così, senza rendersene quasi conto, giunse ben presto davanti alla seconda casa. Ancora una volta non vi trovò nessuno e provò a chiamare. Nemmeno qui ci fu alcuna risposta. Aeneas si guardò attorno meravigliato. Alla fine sorrise compiaciuto e attraversò in santa pace l'edificio vuoto ritrovandosi quindi davanti alla scalinata successiva. Lo stupore aumentò quando attraversò la terza casa senza incontrare anima viva e lo stesso accadde poi con la quarta e la quinta. Naturalmente c'era qualcosa di strano, poiché nessuno era a presidio delle dodici case, ma Aeneas non poté fare altro che approfittarne e raggiungere agevolmente il Grande Tempio. Questo era veramente imponente e archittettonicamente elegante, ma anche se messo in soggezione dalla sua maestosità, il giovane non arrestò il proprio cammino ed entrò spingendo il pesante portone. Fermarsi a pensare non gli avrebbe giovato.
Si ritrovò così in una sala colonnata che si estendeva in lungo davanti a lui. In fondo a essa c'erano delle persone, che al suo arrivo si voltarono alquanto sorprese nella sua direzione. Aeneas ne contò in tutto una decina, mentre avanzava piano, ma cercando di sembrare sicuro e deciso. Quelli continuavano a fissarlo muti. Comprese di aver interrotto una riunione o qualcosa di simile. Stavano tutti ritti in piedi a eccezione di un vecchio, seduto sul grande trono posto al centro, proprio di fronte a lui. L'anziano vestiva un lungo abito cerimoniale e portava un particolare elmo dorato. Non era difficile riconoscervi la figura del Gran Sacerdote. Gli sguardi che sentiva addosso erano molto attenti, alcuni di essi minacciosi o quantomeno diffidenti. Provenivano da giovani uomini o persino da ragazzi, che potevano avere circa la sua età o poco più. Sgranò gli occhi e trattenne il fiato quando riconobbe uno di essi. Gli ci volle una grande forza di volontà per far finta di niente.
Proprio quando i presenti iniziarono a dare segni di impazienza e intolleranza per la sua intrusione, l'anziano levò una mano a tranquillizzarli e impedirgli di agire in qualsiasi modo. Poi parlò di persona.
"Ragazzo, perché mai ti presenti in questo sacro luogo?"
Aeneas non riusciva a vederne gli occhi, coperti dall'ombra dell'elmo, ma dal cordiale sorriso e dal tono pacato comprese che l'anziano non era minimamente preoccupato dalla suo arrivo, ma solamente incuriosito. Se l'esser entrato nel tempio senza un reale permesso era un atto sacrilego, allora il vecchio non stava facendo nulla che potesse farlo intendere.
Le certezze del giovane iniziarono a vacillare. Non poteva aggredire quel vecchio senza motivo, non dopo esser stato accolto con tale cortesia. E poi erano presenti diverse persone che lo tenevano costantemente d'occhio e pronte ad agire. Si trattava sicuramente di forti guerrieri coi quali sarebbe stato meglio non avere a che fare.
"Il mio nome è Hector." azzardò ancora: "Sono stato convocato qui..."
"Hector...? Ah, sì, certo!" lo interruppe pensieroso: "Sono il Gran Sacerdote della dea Atena, sono stato io a chiamarti. Però immaginavo che tu fossi molto più grande e vecchio... Che le mie informazioni sul tuo conto fossero sbagliate?"
Aeneas impallidì. Il tono sarcastico con cui si espresse il vecchio dimostrava che non gli aveva creduto. Si diede dello stupido, riconoscendo che quella dichiarazione non avrebbe mai potuto funzionare, non quando uno dei presenti sapeva chi fosse veramente.
"Tu non sei Hector, dico bene?" proseguì: "Qual è il tuo vero nome?"
Sentì la presenza minacciosa degli uomini che gli incombevano attorno e si rese conto di essere in trappola. Ormai non c'era più motivo di mentire.
"Aeneas."
"Cosa sei venuto a fare qui, Aeneas?" domandò il Gran Sacerdote: "E come fai a conoscere Hector?"
Decise di vuotare il sacco e confidare nella buona sorte.
"Hector è il bastardo che ha attaccato il mio villaggio, uccidendo decine di persone, tra le quali un mio carissimo amico!" ringhiò furioso, stanco di soffocare i propri sentimenti: "Disse di essere uno di voi... perciò sono venuto a prendere le vostre teste o a perdere la mia!"
Attorno a lui si diffusero sorpresa e sconcerto. L'anziano stesso ora si fece cupo.
"Che fine ha fatto Hector?"
"L'ho ammazzato!"
"Sei stato tu?"
"Sì... è me che volete, giusto?!"
Il vecchio lo guardò meravigliato, massaggiandosi il mento pensieroso.
"Mi dispiace molto per ciò che è accaduto alla tua gente, Aeneas." dichiarò con sincerità: "Non sapevo che quell'uomo fosse malvagio e di certo nessuno dei cavalieri di Atena avrebbe avuto il permesso di compiere un gesto così orribile."
Il ragazzino lo studiò con diffidenza, ma attese pazientemente in ascolto.
"In realtà mi è stato profetizzato che quest'oggi sarebbe giunto al Grande Tempio un nuovo cavaliere d'oro e io credevo che costui fosse Hector. Ma un simile assassino non avrebbe mai potuto ricevere un'armatura di Atena..."
"Vuol dire che non vi vendicherete sul villaggio? O su di me, l'uccisore di Hector?"
"Credevo fosse chiaro..." lo rassicurò il Gran Sacerdote: "Eppure la profezia non può essersi sbagliata... Se tu hai sconfitto Hector, significa che sei più degno di quanto lo fosse stato lui di diventare cavaliere d'oro."
Aeneas non comprese, ma era sollevato di aver chiarito quell'equivoco. Il villaggio era al sicuro e anche lui, questo era tutto ciò che gli importava.
"E' il destino, il volere degli dei... di Atena stessa se tu oggi sei qui!" esclamò l'anziano con solennità: "Sconfiggendo l'aspirante cavaliere Hector, hai in pratica superato la prova per ricevere l'armatura! E' quindi con immenso piacere che vorrei nominarti cavaliere di Atena!"
Ci fu una sorpresa generale tra i presenti all'apparente leggerezza con cui era appena stato investito un cavaliere d'oro.
"Eh? Cosa?" si chiese il giovane smarrito: "Che significa?!"
"Significa che entrerai a far parte della ristretta casta dei guerrieri più forti e vicini alla dea Atena, i cui compiti sono di proteggere i deboli, la pace e la giustizia! Per farne parte bisogna possedere nobili valori almeno tanto quanto una grande forza!" spiegò l'altro: "I qui presenti sono tutti cavalieri d'oro al servizio di Atena, diventerai uno di loro."
E proseguì presentandoli uno alla volta, indicando ognuno con un gesto della mano aperta. Nessuno di essi indossava in quel momento un'armatura.
"Sargon di Libra!"
Quando venne nominato, l'uomo fece un cenno di saluto col capo appena percettibile. Aeneas notò che non c'era ostilità nei suoi occhi, che anzi sembravano accoglierlo con soddisfazione. Era un giovane tra i venti e i trenta, di media altezza, dai tipici tratti mediorientali, corti capelli scuri e con una corta barba di pochi giorni.
"Anne-Marie di Aquarius!"
Si accorse con sorpresa che si trattava di una ragazza. Infatti non si sarebbe mai aspettato cavalieri d'oro di sesso femminile. Era pure molto giovane, doveva avere solo tre o quattro anni più di lui. Lei si accarezzò la bionda chioma di capelli mossi e lo squadrò impassibile con i profondi e severi occhi verdi, senza lasciar intendere cosa realmente pensasse di lui.
"Aryan di Virgo!"
Si trattava di un uomo vicino ai trenta, alto e asciutto, dal volto spigoloso, capelli chiarissimi e lisci pettinati all'indietro. Anch'egli non mostrava emozioni, anche perché sin dal primo momento in cui Aeneas lo aveva visto, quello non aveva mai aperto gli occhi.
"Fernando di Sagittarius!"
Il diciottenne cavaliere gli sorrise amichevole. Poco più basso del precedente, portava gli ispidi capelli neri piuttosto corti e rivolti verso l'alto, quasi come aghi. Incrociò il suo sguardo sincero dagli occhi color del mare ed egli rispose con un breve saluto con la mano.
"Roman di Taurus!"
Anch'egli giovanissimo, almeno quanto la ragazza, era piuttosto alto e robusto per la sua età. Portava i capelli castano chiari a spazzola e sul volto un po' ruvido vi lesse un'espressione mite e impassibile, tradita dai docili occhi color nocciola. Aeneas pensò che doveva trattarsi di uno che non si lamentava mai di niente, ma accettava sempre le cose come stavano.
"Brunhild di Pisces!"
Era una donna di grande fascino, dai tratti nordici, coi capelli chiarissimi, labbra carnose e grandi occhi azzurri come il cielo, dotati di lunghe ciglia. Aveva un bellissimo corpo, slanciato ma generoso. Salutò cortesemente, ma mostrava ancora un po' di diffidenza.
"Hermann di Cancer!"
Lo sguardo di sfida che sin dal primo momento aveva sentito addosso proveniva da lui. Era un ragazzino all'incirca della sua età, forse poco più vecchio, il più giovane tra i presenti. Aveva i capelli biondi mossi e scompigliati ed era leggermente più alto e forte di lui. Aveva capito subito di non piacergli affatto, ma non se ne preoccupò.
"E infine Tarchun di Aries!"
Il volto noto che conosceva, tanto simile al suo, era quello. A parte i capelli un po' più scuri, di media lunghezza e i cinque anni di differenza nell'età, erano quasi due gocce d'acqua. Si fissarono con gli stessi occhi argentei.
"Così è qui che sei finito?" gli si rivolse Aeneas: "Immagino che tu ormai l'abbia capito... è colpa tua se quel tizio ha attaccato il villaggio!"
"Mi spiace tanto, avrei dovuto chiudere i conti con lui tempo fa." rispose Tarchun con aria triste: "Cercherò di rimediare..."
"E cosa pensi di fare?!" sbottò lui: "Ormai il danno è fatto, quel bastardo è morto... e anche Flavio!"
"Flavio...?" ripeté il giovane cavaliere d'oro: "Capisco... perdonami se puoi, fratello."
Ancora una volta ci fu profonda sorpresa tra i presenti. Stizzito e ancora rabbioso, Aeneas non rispose, ma si voltò di nuovo verso il sacerdote.
"Non so che intenzioni tu abbia, vecchio, ma non contare su di me!" gli disse senza indugi: "Ora che ci siamo chiariti, posso anche andarmene! Addio!"
Ritornò quindi sui suoi passi diretto verso l'uscita del tempio, senza che nessuno fosse in grado di dirgli nulla. Per quanto grande fosse infatti l'onore di diventare un cavaliere d'oro, per non parlare di tutti i pregi che comportava, nessuno poteva impedirgli di rifiutare. In fondo lui non apparteneva al tempio, né aveva mai aspirato a un'armatura. Persino il Gran Sacerdote non mosse un muscolo.
Uscito dal Grande Tempio Aeneas si diresse verso la scalinata, quando gli apparve inaspettatamente davanti una ragazzina. Doveva essere poco più giovane di lui, sembrava così fragile e indifesa che dovette per forza chiedersi cosa ci facesse in un luogo simile. Lei lo osservava con gli occhioni azzurri e un sorriso smagliante, quanto spontaneo.
"Ciao!" lo salutò arrossendo: "Non ti ho mai visto prima... Come ti chiami?"
"Ae-Aeneas..." rispose imbarazzato.
"E' un bel nome!" sostenne con dolcezza: "Io sono Helene!"
Rimasero per quasi un minuto muti a guardarsi timidamente e senza parlare, mentre un soffio di vento mosse i lunghi capelli biondi di lei.
"Aeneas, non trovi che questo posto sia magnifico? Il monte, il tempio, la statua di Atena... è tutto così imponente ed elegante allo stesso tempo!"
Fino a quel momento lui non ci aveva fatto caso, ma guardandosi attorno decise che aveva ragione e annuì.
"Mi piacciono molto i cavalieri, specialmente quelli d'oro! Di tutti i protettori del bene, loro sono i più forti e i più maestosi!" sospirò estasiata: "Un giorno vorrei essere come loro! E tu, Aeneas? Anche tu vorresti diventare un cavaliere?"
Egli si sentì spiazzato. Aveva appena scartato la possibilità di diventare un cavaliere d'oro, lo aveva fatto soprattutto per rabbia, senza riflettere su quale fosse realmente la proposta offertagli. Ripensò alle parole del Gran Sacerdote, poi rivide nei pensieri il suo villaggio, i volti di Flavio e Giulia. Infine spostò lo sguardo su Helene che continuava a sorridergli dolcemente.
"No, io sono già un cavaliere d'oro." affermò con orgoglio: "Aspetta un attimo, torno subito."
E mentre lei continuava a seguirlo con gli occhi, piena di ammirazione, Aeneas si diresse nuovamente al tempio. Si affrettò a ridurre la distanza dal trono dove ancora sedeva l'anziano sacerdote circondato dagli otto giovani cavalieri.
"Ho cambiato idea!" esclamò appena li raggiunse.
Notò dei sorrisi sui volti di alcuni, anche su quello del fratello. Il vecchio si alzò in piedi e parlò.
"Allora benvenuto tra noi, Aeneas di Leo!"
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kraški brežan
 
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3° CAPITOLO

SETTE ANNI DOPO

"Complimenti Lyn, sono tanto felice per te!" l'abbracciò Amber entusiasta: "Non vedo l'ora di ricevere un'armatura anch'io, così saremo colleghe!"
Lyn sorrise ricambiando l'abbraccio. Aveva appena appreso la notizia di recarsi al Grande Tempio per ricevere l'investitura e l'amica era stata presente mentre leggeva il messaggio a voce alta. Amber era alcuni mesi più giovane e un paio di centimetri più alta. I suoi vivaci occhioni color smeraldo erano sinceramente commossi.
"Non riesco ancora a crederci, sei stata nominata cavaliere d'oro!"
"Già, purtroppo per te era l'unica armatura d'oro ancora vacante, perciò dovrai optare per una d'argento o di bronzo..."
Anche Amber era pronta a diventare a sua volta cavaliere e presto avrebbe conosciuto il proprio destino. Era questione di giorni. Diventare un cavaliere d'oro era il massimo e da non molti anni questo privilegio era permesso anche alle donne. Ora ce n'erano già diverse tra i dodici e Lyn stessa andava a rinsaldare le loro fila. Dopotutto la forza non era questione di sesso, sarebbe stato stupido privarsi di validi guerrieri per ragioni simili.
Erano infatti tempi duri, in molti non credevano che i cavalieri attuali fossero all'altezza di quelli del passato, ma vista la poca scelta ciò era inevitabile. Dopo la tremenda guerra terminata nove anni prima era rimasto troppo poco dell'umanità. Troppo poco per trarne il meglio, anche in cavalieri. Eppure servivano più che mai...
"Te la sei meritata, Lyn! Tu sei più forte di me..." la elogiò con un pizzico di amarezza.
"Però ho paura di sfigurare di fronte agli altri cavalieri, tutti più esperti. E sicuramente sono molto potenti..."
"Cosa dici?! E' naturale che sia così, sei l'ultima arrivata! Ma non devi preoccuparti di nulla se sei pronta a fare sempre del tuo meglio!"
In fondo non aveva ancora quindici anni, aveva tutto il tempo per migliorarsi. Dopo aver finito di cambiarsi d'abito, Lyn raccolse i candidi capelli dal color della neve legandoli in una coda. Poi guardò di nuovo l'amica con i grandi occhi celesti, prima di coprirsi il volto con la maschera e la ringraziò per tutto il supporto fornitole.
"Sei una vera amica, Amber. Grazie."
"Ok, ok... Adesso va, prima che il Gran Sacerdote ci ripensi!" scherzò lei.
Iniziò così la scalata al Grande Tempio, lungo l'interminabile scalinata che portava attraverso le dodici case. La ragazza avrebbe dovuto presentarsi a tutti gli altri cavalieri d'oro e chiedere il permesso di passare, che naturalmente non le sarebbe stato negato. Ma l'idea di doversi porre alla pari di fronte agli altri cavalieri la faceva tremare. La sua abilità le era valsa un'armatura d'oro, ma la sua personalità evidentemente non era ancora abbastanza forte. Doveva sopperire ai propri difetti, continuare a migliorarsi, conscia che quello non era un traguardo, ma solo un'altra tappa.
Mentre rifletteva sui suoi limiti, si accorse di aver raggiunto la prima casa. Un giovane uomo dall'aspetto piacevole e dal portamento elegante sembrava quasi attenderla davanti al proprio edificio. Indossava l'armatura dorata, che risplendeva reagendo alla luce del sole, e un leggero mantello bianco, che svolazzava nel vento. Lo riconobbe subito, poiché era molto famoso e ammirato tra i tutti i cavalieri e aspiranti tali.
"I-Il m-mio nome è Lyn..." balbettò insicura: "Sono s-stata chiamata dal G-gran Sacerdote..."
"Tarchun di Aries, guardiano della prima casa." si presentò l'altro con naturalezza: "Hai il permesso di passare."
Fu tutto ciò che disse, senza muoversi e senza degnarla più di attenzione. Ciononostante Lyn lo trovò molto attraente. Tarchun aveva dei magnifici occhi argentei, seppure uno sguardo che pareva severo, parzialmente coperto dai capelli castani, lunghi fino al collo. Molte donne sia del tempio che del villaggio vicino erano state stregate dal fascino del cavaliere dell'ariete e anche Lyn scoprì di non potergli resistere.
Quel ventiduenne era però anche molto forte. Era noto che il suo maestro fosse stato nientemeno che il Gran Sacerdote e che di conseguenza fosse un suo adorato pupillo. Altrettanto vero era che avesse preso parte all'ultima guerra, quando ancora giovanissimo riuscì a sopravvivere, a differenza di molti altri. Si diceva che la sua vera forza fosse non avere punti deboli e che fosse uno dei cavalieri d'oro più difficili da sopraffare.
Lyn smise di sognarlo a occhi aperti solo quando raggiunse la seconda casa. Trasalì quando vi trovò davanti un gigante d'oro. Quel possente e robusto cavaliere rimase in totale silenzio a osservarla senza cambiare espressione. Una volta raggiunto, Lyn si presentò come in precedenza.
"Roman di Taurus... passa pure."
Non aggiunse altro e la ragazza capì che non amava parlare. Per quanto imponente, quel colosso aveva un volto gentile, seppure in parte coperto dall'elmo cornuto. Le voci sul suo conto dicevano che avesse una forza sovrumana e in molti giuravano che non fossero esagerazioni. D'altra parte la grande forza fisica era una caratteristica tradizionale tra i cavalieri del toro.
Lyn raggiunse poi la terza casa, ma qui non vi trovò nessuno. Decise perciò di entrarvi e proseguire. Quella casa era più buia delle altre e fu guidata grazie alle due file di colonne ai lati, sulle quali ardevano debolmente rare torce. Si sentì osservata e un brivido le corse lungo la schiena. Infine lo vide. Nel mezzo del cammino si trovò davanti il cavaliere d'oro, interamente coperto dall'armatura. L'elmo e il buio non permettevano di vedergli il volto e lui se ne stava immobile e silenzioso, tanto da risultare inquietante. Lyn si fece coraggio e ancora una volta si presentò.
Per un attimo non ci fu alcuna reazione, poi il cavaliere si mosse leggermente e indicò alle sue spalle l'uscita della casa. Non fece nient'altro. Lyn pensò che non doveva avere un bel carattere, ma decise di obbedirgli in fretta, perché c'era in lui qualcosa che la spaventava.
Si sapeva ben poco del cavaliere della terza casa, anzi sarebbe stato più corretto affermare che fosse alla base di un vero mistero. Nessuno lo conosceva, nessuno lo aveva mai nemmeno visto in faccia e solo pochissimi lo avevano già incontrato personalmente, quelli cioè che avevano attraversato la sua casa. Sembra che Gemini non uscisse mai da quell'edificio, l'unica eccezione era quando doveva presentarsi al cospetto del Gran Sacerdote. E l'anziano era probabilmente anche l'unico a conoscere la verità su di lui.
Si riprese da quei pensieri solo quando raggiunse l'edificio successivo. Qui trovò solo un'armatura, che sembrava comporre un grosso granchio d'oro. Credendo che non ci fosse nessuno decise di proseguire, ma una voce profonda e tetra la fece sussultare.
"Dove credi di andare, mocciosa?" udì: "Fa un altro passo e sei morta. E se non mi dai subito un buon motivo per trovarti qui, sei morta comunque."
Lyn deglutì a fatica e seguendo la provenienza di quella voce si accorse che qualcuno sedeva sul tetto della quarta casa. Dovette ricorrere a tutto il suo sangue freddo per rispondere, balbettando più di quanto non l'avesse fatto in precedenza.
"Sbrigati a passare, sparisci!" le intimò il cavaliere una volta sentito chi aveva di fronte: "O potrei cambiare idea!"
Non era nemmeno riuscita a vederlo chiaramente, ma sembrava essere un giovane piuttosto alto e muscoloso, con biondi capelli selvaggiamente scomposti. Ciò che aveva notato di più in lui erano i denti, esposti in una specie di ghigno divertito. Il cavaliere del cancro era considerato come uno dei più potenti, ma soprattutto come il più crudele e spietato. Lyn non conosceva nessuno al tempio che avrebbe voluto avere a che fare con lui e tanto meno l'avrebbe voluto lei, soprattutto dopo quel incontro diretto. Si affrettò a superare quell'edificio e a lasciarselo alle spalle.
Davanti alla quinta casa ancora una volta non c'era nessuno. Provò a chiamare rispettosamente, ma non avendo risposta, entrò. Si sorprese a non trovarci nessuno nemmeno all'interno e così si ritrovò ben presto ai piedi della scalinata successiva. La quinta casa era vuota, incustodita. Lyn ci rifletté a lungo, provando a elaborare varie teorie. Quando raggiunse la casa successiva era ancora immersa nei pensieri.
"Qualcosa non va?"
Una voce dolce e gentile richiamò la sua attenzione. Era la voce di una ragazza. Lyn si voltò a cercarla e vide che sedeva sui gradini a pochi passi da lei. Nonostante l'armatura dorata e la maschera che le copriva interamente il viso, era molto evidente che si trattava di una donna dai lunghissimi capelli biondi.
"Se ti stai chiedendo perché non c'è nessuno nella quinta casa, sappi che il cavaliere del leone è al momento assente." le spiegò cordialmente: "Quanto a me, guardiana della sesta casa, come vedi soni qui."
La giovane donna si tolse l'elmo senza preavviso e meravigliò Lyn togliendosi pure la maschera.
"C-cosa sta facendo?!" strillò scandalizzata: "E' vietato togliere la maschera davanti a qualcuno per un'amazzone!"
Il cavaliere d'oro sorrise dolcemente e le rivolse una sguardo birichino con i grandi occhi azzurri.
"Ti sbagli, perché innanzitutto tu non sei un uomo e il divieto vale solo di fronte a essi." sostenne la giovane donna: "E poi forse non lo sai, ma per i cavalieri d'oro di sesso femminile non è obbligatorio portare la maschera. Di solito la usiamo solo in battaglia."
Lyn la scrutò stupita. Ciò significava che lo stesso sarebbe valso anche per lei, una volta divenuta cavaliere d'oro. Una buona notizia, perché portare a lungo la maschera risultava fastidioso.
"Ora potrei sapere il tuo nome e il motivo della tua visita?" le chiese il cavaliere.
"Certo, mi scusi... Sono Lyn e dovrei recarmi dal Gran Sacerdote."
Forse proprio lei non era nella situazione di giudicare, ma Lyn stentava a credere che quella bella ragazza, al massimo sedicenne, così dolce e pura, fosse in realtà un cavaliere d'oro.
"Sì, lo so... Io sono Helene di Virgo, è un piacere conoscerti." sorrise ancora: "Hai il mio permesso di proseguire, va pure."
Mentre le obbediva e continuava la sua scalata, Lyn si chiese chi fosse Helene. In passato aveva udito che il cavaliere della vergine fosse un uomo di nome Aryan, uno dei cavalieri che avevano combattuto la guerra. Evidentemente qualcosa nel frattempo era cambiato.
Davanti alla casa della bilancia c'era un uomo che sembrava attenderla. Era sulla trentina, di altezza media, con capelli corti e neri al pari della barba. Anche lui indossava un'armatura d'oro.
"Tu sei quella nuova, dico bene bimba?" esordì con un caloroso sorriso: "Io sono Sargon, cavaliere di Libra e custode della settima casa."
Lyn si presentò come al solito.
"Tra i dodici sono quello più vecchio ed esperto, perciò se hai domande, problemi o dubbi... ricordati di venirmi a cercare." propose gentilmente l'uomo: "Ma adesso non perdere altro tempo, va dal Gran Sacerdote a ritirare il tuo premio."
Disse rifilandole una confidenziale pacca sul sedere che la fece arrossire. Ammutolita lo fissò sconvolta, ma l'altro sdrammatizzò con naturalezza.
"Tranquilla, sono già sposato e di sicuro non mi metto a importunare le ragazzine."
Proseguì attraverso la casa e oltre la scalinata fino a raggiungere l'ottavo edificio. Davanti a esso non c'era nessuno. Similmente come nella terza casa, al suo interno si ritrovò nel buio quasi totale. Doveva essere a metà strada, quando si sentì avvolgere, afferrata alle spalle. Un paio di braccia l'avevano immobilizzata e un insidioso indice dal quale si allungava un'affilata unghia rossa puntava alla sua gola, minaccioso.
"Cosa vuoi? Parla!" sibilò una voce nel suo orecchio.
Spaventata a morte e temendo per la vita, Lyn accontentò subito il suo aggressore, che a giudicare dalla voce sembrava una donna.
"Sei quella che il vecchio sta aspettando, eh?" comprese la donna misteriosa: "Allora vai, hai il permesso di Scarlett di Scorpio."
Detto così lascio la presa e svanì nell'oscurità. La via per la casa successiva era libera e Lyn proseguì, ancora un po' stordita dalla paura. Qui per fortuna le cose andarono in modo molto diverso. Si aspettava di trovare un uomo alla nona casa, ma ancora una volta c'era una ragazza ad attenderla. Essa indossava l'armatura d'oro, ma non la maschera. Era il primo cavaliere che avesse mai visto con delle ali e nella destra impugnava un arco dorato, caratteristiche inequivocabili che contraddistinguevano il cavaliere del sagittario. La giovane, che doveva avere l'età di Helene, l'accolse con un sorriso incoraggiante. Aveva i capelli corvini lunghi fino al collo e occhi blu come il mare.
"Qualcosa non va?" domandò vedendo Lyn incerta.
"No... è solo che credevo ci fosse un uomo..."
"Era il mio predecessore, Fernando di Sagittarius..." mormorò abbassando tristemente lo sguardo: "Purtroppo è morto quattro anni fa... Io sono sua sorella, Vanessa. Ho ereditato la sua armatura e il compito di difendere la nona casa."
"M-mi dispiace!" si scusò Lyn perplessa: "Non lo sapevo!"
"Non devi scusarti. Piuttosto, lo so chi sei... e puoi passare." disse l'altra: "Però fa attenzione al cavaliere della prossima casa!"
Dopo tutto quello che già aveva passato, Lyn si preoccupò seriamente a quelle parole.
"Perché?!"
"Come potrei dirlo... Beh, te ne accorgerai appena lo incontrerai. In fondo non puoi mica evitarlo..."
Vanessa sembrava più scocciata che preoccupata, ma ciò non rincuorò particolarmente Lyn che nei suoi pensieri iniziava già a prepararsi al peggio. Appena si rimise in marcia, il cavaliere d'oro le parlò di nuovo.
"Ah, fammi un favore... Se quel maniaco ti chiede di me, digli che non ci sono!"
Lyn rabbrividì. Di che razza di maniaco si trattava?
Il cavaliere della decima casa sedeva sui gradini davanti a essa. Lyn deglutì preoccupata, ma gli si diresse incontro raccogliendo tutto il proprio coraggio.
"Oh, ma che bel fiorellino!" esclamò quello nel scorgerla, cambiando però opinione appena lei si avvicinò di più: "Ah... ma sei solo una bambina!"
"Eh?! Guarda che ho quattordici anni!" s'arrabbiò lei, scordandosi del rispetto dovuto a un cavaliere d'oro.
"Potrai anche essere carina..." l'analizzò con gli occhi verdi l'altro pensieroso, quasi come potesse scorgerle il viso al di la della maschera: "Ma dovrai ripassare tra almeno un paio d'anni..."
"C-che significa?!" arrossì la ragazza intuendo solo in parte i suoi pensieri.
Il giovane uomo si alzò in piedi rivelando la sua alta statura e il fisico slanciato. I biondi capelli gli giungevano alle spalle. Suo malgrado Lyn dovette ammettere che era carico di fascino. Aveva un bel viso e un portamento galante, ma era altrettanto evidente che si trattava di un dongiovanni.
"Allora, bambina... visto che non sei pronta per me, Soren di Capricorn, cosa ci fai ancora qui?" le chiese un po' spazientito.
"Devo andare dal Gran Sacerdote! Mi sta aspettando!" sbottò lei infastidita.
"Che strazio..." sospirò lui: "Vai, vai... non mi occupo di bambine io."
La rabbia che provava per l'atteggiamento di quel tipo si placò solo davanti alla penultima casa. Qui incontrò una bella donna, circa ventenne, con l'armatura d'oro in parte coperta dai lunghi capelli biondi e mossi. Era molto affascinante, elegante nel portamento, però aveva un aria seria, quasi severa che mise a disagio Lyn. La stava scrutando con freddi occhi verdi. Senza perdere tempo, si presentò come al solito. Il cavaliere però continuava a fissarla in silenzio.
"Anne-Marie di Aquarius." affermò infine: "Il Gran Sacerdote sta aspettando, va da lui."
"Certo, grazie!"
E così superò anche l'undicesima casa. Mancava soltanto l'ultima e poi si sarebbe ritrovata al Grande Tempio. E come già sapeva, l'ultima casa era incustodita, anche se per poco. Quella che aveva davanti sarebbe stata la sua dimora, il luogo che d'ora in avanti avrebbe presidiato. Fino a poco tempo prima era stata la casa di Brunhild di Pisces, la sua maestra. La sua amata zia. La prima donna in assoluto ad aver ricevuto una delle dodici armature d'oro. Ma ora lei non c'era più e Lyn ne avrebbe ereditato le vestigia. Dopotutto era stata addestrata a questo scopo.

Era la sua prima riunione davanti al Gran Sacerdote e in parte era dedicata proprio a lei, alla sua presentazione ufficiale davanti agli altri. Lyn fu come prevedibile la prima tra i dodici a presentarsi al tempio, dato che occupava la casa più vicina. Salutò rispettosamente l'anziano seduto sul trono, al fianco del quale stava sempre il fidato Anil di Altar, un giovane cavaliere d'argento che il sacerdote stesso aveva addestrato nel Jamir e che ora aveva in pratica il compito di fungere come guardia del corpo al proprio vecchio maestro.
La ragazza rimase in attesa alla destra del trono, quando si presentò il cavaliere di Aquarius, la bella donna che presidiava l'undicesima casa. Fu poi il turno di Vanessa di Sagittarius, che giunse insieme a Scarlett di Scorpio. Era la prima volta che Lyn poté vedere alla luce la donna dai corti capelli rossi che difendeva l'ottava casa. L'inquietante sguardo di Scarlet sembrava quello di un predatore, gli occhi violacei della quasi ventenne la fissarono per qualche istante, sufficiente a farla rabbrividire ancora una volta.
Fu quindi il turno dell'esperto Sargon, accompagnato dal molesto cavaliere del capricorno, che sembrava chiedere conforto al compagno più vecchio, probabilmente perché le due donne giunte poco prima lo avevano rifiutato e minacciato per l'ennesima volta. Ognuno indossava rigorosamente la propria armatura e a ogni cavaliere che si aggiungeva lo spettacolo dell'oro luccicante si accentuava sempre più.
Fu poi il turno di Helene, che giunse assieme ad Aries e Taurus, i guardiani delle prime due case. In teoria sarebbero dovuti arrivare per ultimi, pensò Lyn. Il cavaliere della vergine l'avvicinò con il solito sorriso.
"Ho atteso per un po' il cavaliere del leone, ma alla fine ho desistito... Chissà dov'è finito?" spiegò come per giustificare un ritardo comunque irrilevante: "Vedo che mancano anche altri..."
"Che rabbia! E questa sarebbe la dedizione dei cavalieri d'oro?" si chiese Lyn.
"Non essere così severa, non puoi pretendere che tutti rimangano nella loro casa ventiquattr'ore al giorno." cercò di calmarla l'altra: "In fondo non puoi sapere per quale motivo siano in ritardo. Potrebbe essere che siano assenti per ordine del Gran Sacerdote, magari sono in missione."
"Già... hai ragione." dovette ammetterlo.
In quel momento giunse Hermann di Cancer. Aveva il solito ghigno e l'atteggiamento sicuro di sé. Lyn poté osservarlo meglio e si accorse che era più grande e minaccioso di quanto ricordasse. In statura lo superava solo il gigantesco cavaliere del toro. Mancavano ancora due cavalieri quando il Gran Sacerdote si alzò per iniziare a parlare, ma proprio in quel momento giunse il misterioso cavaliere dei gemelli. Avanzava con movimenti così perfettamente sincronizzati e meccanici da sembrare una macchina. Dopo tutte le scale che aveva fatto, non solo non aveva il fiatone, ma nemmeno si vedeva il suo torace muoversi per il respiro. Indossava sempre l'elmo, che impediva di vederne il volto e se ne stava nel più totale silenzio. L'unico rumore che produceva era causato dal movimento dell'armatura. Lyn aveva la singolare e spaventosa sensazione di trovarsi di fronte un fantasma.
"Quest'oggi vi ho convocati tutti qui per due motivi." esordì l'anziano: "Innanzitutto, come avrete già saputo, per presentarvi il nuovo cavaliere della dodicesima casa: Lyn di Pisces!"
Il vecchio indicò nella sua direzione e lei dovette sforzarsi di non mostrare la propria timidezza e la tensione per essere al centro dell'attenzione. Fece un lieve inchino come saluto e pregò di non arrossire troppo.
"Con la sua nomina possiamo finalmente rallegrarci per aver di nuovo riunito i dodici cavalieri d'oro al Grande Tempio di Atena." proclamò con grande soddisfazione: "Era un obiettivo importante da raggiungere, però ci sono ancora diverse armature da assegnare tra quelle d'argento e quelle di bronzo. Molti promettenti cavalieri sono ancora troppo giovani e noi dovremo tenerci sempre pronti a nuove minacce, proprio perché al momento siamo vulnerabili."
Fece una breve pausa per dare il tempo agli ascoltatori di assorbire le sue parole.
"Quindi ho deciso di sopperire alla mancanza di esperienza di questi giovani, assegnandoli a voialtri. In quanto cavalieri d'oro ve ne prenderete cura, facendo praticamente loro da maestri e allo stesso tempo essi vi daranno ausilio nel presidiare la casa o nello svolgimento di missioni minori. La sola coesistenza tra di voi dovrebbe giovar loro..."
Improvvisamente il Gran Sacerdote smise di parlare e tutti udirono qualcuno avvicinarsi cantando. Era una melodia tutt'altro che gradevole, una tipica canzone da bettola eseguita da una voce maschile piuttosto stonata. Smise appena davanti all'entrata del tempio, poi qualcuno vi fece capolino, avanzando lungo il colonnato nella loro direzione.
L'uomo si avvicinò un po' imbarazzato e Lyn si accorse innanzitutto che era privo di armatura.
"Ehilà, come va?" esclamò vedendo tutti muti a osservarlo: "Immagino di essere in ritardo..."
"E' sempre la solita storia!" sbottò Altar livido: "Vi presentate sempre in ritardo e senza armatura!"
L'anziano sacerdote alzò una mano a calmare il proprio discepolo.
"Ma maestro, egli non perde mai occasione per mancare di rispetto all'autorità e al regolamento del tempio!"
"Se non vi va bene potete sempre licenziarmi..." propose l'ultimo arrivato: "Tanto qua è sempre una noia pazzesca!"
Era un ragazzo di diciassette anni, dai corti capelli castano chiari e dagli occhi argentei. Lyn vi riconobbe una chiara somiglianza con qualcuno che aveva già conosciuto. A quella affermazione Sargon e Soren erano scoppiati a ridere, mentre Helene rivolse un sorriso perplesso, questa volta chiaramente forzato.
"Sei ubriaco?" gli chiese tranquillamente il Gran Sacerdote.
"Ho bevuto un po'."
"Direi un po' troppo, puzzi di alcol."
"Beh, ho incontrato un vecchio amico giù al villaggio..."
"Se tu dovessi bere ogni volta che incontri un vecchio amico al villaggio, allora non faresti più ritorno al tempio!" lo rimproverò paternalmente.
I cavalieri di Libra e Capricorn facevano sempre più fatica a trattenersi le membra, mentre quello di Aries si era coperto il volto con una mano per la vergogna. A quel punto Lyn ricordò dove avesse già visto gli stessi tratti e lineamenti. Ma anche così non aveva capito chi fosse quel giovane ubriaco.
"Dai, vecchio... la prossima volta porterò qualcosa anche per te." si grattò quello la nuca penitente: "Ho scoperto una grappa alle erbe, che è la fine del mondo!"
"Adesso basta, Aeneas di Leo!" lo zittì il sacerdote.
A quella rivelazione Lyn sussultò. Non era certo così che si era immaginata l'incontro con il cavaliere d'oro mancante. Aveva avuto fiducia nelle parole di Helene, si era convinta che il cavaliere del leone fosse magari stato assente per una missione, ma quel pensiero le era ora crollato addosso. Quello era stato invece al villaggio a bere, fregandosene dei propri doveri. Lui si accorse del suo sguardo scandalizzato e le si avvicinò. Lyn si strinse rigidamente nelle spalle preoccupata.
"Uhm, e tu chi sei?"
"Lyn di Pisces!" esclamò con orgoglio, sopportandone a stento l'alito alcolico.
"Ah, sei la nuova pesciolina!" realizzò divertito: "Benvenuta! Ci vorrebbe un brindisi..."
"Non hai bevuto abbastanza?!" alzò la voce l'anziano spazientito: "E adesso che ci siamo tutti, andiamo avanti. Ovviamente non ripeterò ciò che ho già detto..."
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4° CAPITOLO

"Scusa, potresti ripetere?!"
"Il mio nome è Amber di Lynx e sono stata assegnata dal Gran Sacerdote alle vostre cure, cavaliere di Leo!"
Nonostante la maschera che le copriva il volto, la ragazza sembrava evidentemente felice ed eccitata, tutto l'opposto del perplesso Aeneas. Era passata una settimana dall'ultima riunione e lui si stava pentendo di non aver fatto maggiore attenzione a ciò che era stato detto.
"Alle mie cure?" ripeté incredulo: "Cosa dovrebbe significare?"
Si alzò in piedi e iniziò a camminare attorno alla ragazza dai capelli rossi, spostando lo sguardo da lei all'altro ragazzino, quello che era arrivato alla quinta casa poco prima. Erano due novellini freschi di nomina a cavalieri di bronzo, ma Aeneas non riusciva a concepire cosa lui avesse a che fare con ciò.
"Che scherzo è mai questo?" si pose la domanda ad alta voce: "Cosa vuole il vecchio da me?"
"Maestro, ditemi cosa devo fare, non vedo l'ora di iniziare!" esclamò il ragazzino con profondo rispetto e altrettanta fame di apprendere.
"Non chiamarmi maestro!" si stizzì il cavaliere d'oro: "Aspettate qui, devo andare a parlare con qualcuno."
Doveva assolutamente chiarire quello che credeva un bizzarro malinteso e si diresse verso il Grande Tempio. Dopo averlo seguito con lo sguardo per un po', i due giovani cavalieri di bronzo si guardarono incuriositi. Non si conoscevano.
"E tu saresti?" chiese Amber.
"Larth di Leo Minor!" rispose pieno di sé.
Era un ragazzino di un paio d'anni più giovane, ma già alto quanto lei. La ragazza pensò che la sua ispida chioma bionda ricordasse un po' la criniera di un leone. Era un po' invidiosa, perché quel dodicenne era diventato cavaliere di bronzo appena prima di lei e pareva disporre di grande entusiasmo e infinite energie.
Quando Aeneas si avvicinò alla sesta casa, gli vennero incontro alcune amazzoni mascherate.
"Il cavaliere di Leo, dico bene?" chiese una di esse, riconoscendolo anche senza armatura.
"E voi invece chi siete?" replicò capendoci sempre meno.
"Kerryn di Noctua." si presentò la stessa.
Era piccolina dai corti capelli scuri. Probabilmente aveva la stessa età di quella che diceva di essere la sua allieva. Dietro di lei c'erano tre ragazze altrettanto giovani e mai viste prima. Evidentemente negli ultimi tempi il vecchio sacerdote aveva distribuito con generosità le armature di Atena.
"Aeneas!"
Riconobbe subito la voce e quindi il sorriso di Helene che usciva dalla sesta casa.
"A cosa devo la tua visita?"
"Cosa ci fanno qua queste amazzoni?"
"Come, non lo sai? Mi sono state affidate dal Gran Sacerdote." spiegò lei: "Pensavo che anche tu avessi ricevuto degli allievi."
"Uhm, in effetti..." mormorò: "Ma tu ne hai addirittura quattro... non ti invidio!"
"In tutto sono sei, a dire il vero."
Il leone sgranò gli occhi.
"E a cosa dobbiamo questa nuova politica?" le domandò: "Cosa ne dovremmo fare di loro?"
La vergine sospirò paziente.
"Aeneas, dovresti fare maggiore attenzione alle parole del Gran Sacerdote!" lo rimproverò con la solita gentilezza: "E' nostro compito conviverci e insegnargli a essere dei buoni cavalieri."
"Accidenti al vecchio! Io non sono in grado di occuparmi dei bambini!"
"Sono certa che puoi farcela benissimo." rise delicatamente: "E poi non sono tanto più giovani di noi. Ricorda che alcuni dei cavalieri d'argento sono anche più vecchi."
Helene si voltò a sorridere con incoraggiamento verso le sue discepole.
"Già che ci siamo, te le presento: Kerryn l'hai già conosciuta..." riassunse: "Poi, lei è Reiha di Grus..."
Indicò la più alta del gruppo, poco più giovane di lei. Quella s'inchinò mentre le due lunghe code di capelli castani ai lati della testa svolazzavano al vento. Era la sorella minore del cavaliere di Altar e quindi come lui originaria del Jamir.
"Questa invece è Cherie di Pavo..."
L'amazzone fece un timido e rispettoso cenno si saluto. Seppure costretta a portare la maschera, i suoi magnifici capelli biondi, secondi in lunghezza solo a quelli di Helene, e il corpo sinuoso erano degni del fascino del pavone che la ragazza rappresentava.
"E infine ecco Mizuki di Corvus..."
Gli fu indicata una giovane di bassa statura, apparentemente di costituzione fragile e dai capelli nerissimi lunghi fino al collo. Dal nome, piuttosto che dal volto mascherato si poteva evincere che fosse di origine estremo orientali. Anch'essa salutò propriamente il cavaliere di rango superiore.
"Mancano all'appello Deirdre e Yekaterina, ma sono certa che presto ne farai la conoscenza." concluse Helene con il solito sorriso solare: "Credimi Aeneas, non è niente male avere un po' di compagnia. Sono tutte ragazze gentili e intelligenti, è piacevole passare il tempo con loro."
Aeneas forzò un sorriso perplesso. Pensava a come quel gruppo di sole donne doveva passare il
tempo nella sesta casa, e le immaginò sedute attorno al tavolo con una tazza di the, mentre chiacchierano noiosamente. Forse Helene lo avrebbe apprezzato, ma lui era grato di non aver subito quel destino.
"Su, sono convinta che anche i tuoi discepoli sono bravi ragazzi. Non essere troppo severo con loro e vedrai che andrete d'accordo." lo rincuorò Helene notando il suo sguardo poco convinto: "Appeno avrò un po' di tempo verrò a trovarti, così me li farai conoscere, ok?"
Lui annuì senza interesse e fece un cenno di saluto con la mano. Poi si voltò per tornare sui suoi passi.
"Ma come, te ne vai? Non volevi andare dal Gran Sacerdote?" gli chiese sorpresa.
"Non fa niente... sarà per un'altra volta."

Al suo ritorno, come previsto, i due giovani cavalieri di bronzo erano ancora nella quinta casa ad attenderlo. Appena lo scorsero, entrambi lo raggiunsero immediatamente, impazienti di udire le prime direttive del loro superiore, ma Aeneas in realtà non ci aveva nemmeno pensato. Avrebbe voluto evitare molto volentieri quel compito, ma d'altra parte non si sentiva nella condizione di andare a lamentarsi dal Gran Sacerdote. Il vecchio aveva avuto fin troppa pazienza con lui, sarebbe stato giusto accontentarlo almeno per una volta.
"Maestro Leo, da dove iniziamo?!" esclamò il ragazzino di Lionet visibilmente eccitato.
"Iniziamo...?" ripeté Aeneas pensieroso.
Si guardò attorno per trovare un'ispirazione, poi entrò nella quinta casa, seguito dai due. Si massaggiò il mento, mentre i suoi subordinati lo fissavano ansiosi. Infine trovò una soluzione.
"Questo posto fa schifo..." realizzò con giudizio: "Spolveratelo, ripulitelo, lucidatelo... Voglio che la quinta casa sembri come nuova."
Larth e Amber rimasero decisamente spiazzati, ma non osarono ribattere. Ancora titubanti perciò si misero all'opera.
"Mettetevi d'accordo come vi pare, l'importante è che il lavoro sia svolto al meglio." ordinò il cavaliere d'oro: "Io intanto vado a fare un pisolino..."
"Sì, signore!" rispose prontamente la ragazza: "Ehi... Larth, giusto? Tu pulisci il pavimento, io spolvero le pareti!"
"Eh?! Chi ti da il diritto di darmi degli ordini?!" s'infastidì l'altro: "Perché invece non pulisci tu per terra?!"
I due avevano iniziato a battibeccare prima ancora che Aeneas si ritirasse nella propria stanza, perciò tornò sui suoi passi infastidito.
"Basta!!" ruggì: "Che razza di cavalieri siete se non sapete prendervi delle responsabilità?! Dovreste essere onorati di dovervi occupare della pulizia nella dimora del vostro superiore e fare del vostro meglio per renderla il più accogliente possibile!"
"A-avete ragione maestro!" replicò il ragazzino di Leo Minor: "Non temete, faro tutto io, al meglio delle mie capacità! Sarete fiero di me!"
"Ehi!" si sentì snobbata la lince: "Non crederai di essere più bravo di me nelle pulizie?! Sarò io a fare bella figura di fronte al maestro!"
I due si apprestavano a intraprendere una sana competizione per riordinare l'interno della quinta casa davanti allo sguardo compiaciuto del leone d'oro, quando qualcuno apparve all'interno della stessa, entrando dal retro. Aeneas riconobbe Anil di Altar, il braccio destro del Gran Sacerdote e il sorriso scomparve subito dal suo volto. Quel tipo lo detestava apertamente, perché lo riteneva poco devoto, poco cavalleresco e poco ubbidiente. Ma ciò che lo preoccupava maggiormente era che difficilmente poteva esserci una buona notizia se Anil si presentava lì. Il messaggero si avvicinò al cavaliere d'oro senza particolare timore o rispetto e anche i due ragazzi si fermarono a osservare le bizzarre sopracciglie del nuovo venuto, tipico tratto del clan del Jamir.
"Aeneas di Leo..." esordì freddamente: "Ti è stata affidata una missione dal sommo Rizen, Gran Sacerdote di Atena. Devi recarti nel nord dell'Italia ed eliminare la fonte della catena di uccisioni che sta decimando la popolazione di un villaggio. Sarà necessario investigare e scoprire qual è il colpevole, prima di distruggerlo."
"Accidenti, una missione... proprio ora!" sbuffò l'interessato.
"Non ho finito: per quel che riguarda i due cavalieri che ti sono stati affidati, sei sollecitato a portarli con te."
"Cosa?!" sbottò incredulo: "Stai scherzando?!"
"Evviva!" esultò Larth: "La mia prima vera missione!"
Anil porse al leone una lettera.
"Qua sono scritti i dettagli della missione, partirete domani all'alba. Vi attenderà una nave nel porto della città più vicina."
Quindi si voltò e se ne andò.
"Non vedo l'ora di partire!" si espresse Amber.
"Ma non pensiate che questo vi salvi dal vostro compito attuale!" li ammonì Aeneas: "Potrete andarvene solo quando avrete finito qua!"
"Ma maestro..."
"Che c'è?!"
"Noi non abbiamo nessun altro posto dove andare..." spiegò la ragazza: "In realtà ci è stato riferito che d'ora in poi questa sarebbe stata anche la nostra casa."
Il leone ci mise un po' ad afferrare il concetto.
"...COSA?!"
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5° CAPITOLO

Quel mattino era di cattivo umore. Non poteva essere altrimenti, era inammissibile quello che era accaduto la scorsa notte. La quinta casa era stata destinata a ospitare una sola persona, il suo guardiano. C'era un solo letto, grande, comodo, ma comunque uno. Eppure gli era stato imposto di ospitare i due ragazzini, che naturalmente aveva relegato a terra, seppure sempre nella sua stanza.
"Cosa c'è che non va, maestro?" gli chiese Amber vedendolo buio in volto.
"Smettetela di chiamarmi così!"
"Ma non siete forse il mio maestro?" insistette: "Come dovrei chiamarvi altrimenti?"
"Ho un nome, Aeneas!"
"Che bel nome!" esclamò lei eccitata: "Allora vi chiamerò maestro Aeneas!"
"Già, lo farò anch'io." concordò Larth, che sembrava ancora assonnato.
Il cavaliere d'oro sospirò in segno di resa. Non aveva la pazienza di controbattere quei due ragazzini e per una volta decise di lasciarli fare. Entrambi erano affaticati dal peso dell'armatura che trasportavano nella cassa che poggiava sulle loro spalle, ma stringevano i denti per non mostrare debolezze. Presto avrebbero raggiunto la cittadina portuale nella quale si sarebbero imbarcati per la meta della loro missione. Il leone sperava che una volta sulla nave avrebbe potuto tenersi alla larga da quei due almeno per un po'.
"Ah già! Maestro Aeneas..." ricominciò la ragazza: "Volevo chiedervi ancora scusa per ciò che è accaduto prima..."
Aveva un tono divertito e il leone comprese subito a cosa si riferiva. Quel mattino, appena alzatosi, Aeneas si era diretto come sempre al bagno per farsi una doccia, dimenticandosi di avere due ospiti in casa. Amber era entrata poco dopo senza preavviso, vedendolo completamente svestito. Imbarazzata, era poi tornata subito sui suoi passi, scusandosi umilmente.
"Lasciamo perdere..." rispose lui: "L'importante è che non diventi un'abitudine."
"Magari!"
"Come?"
"No, niente!"
La ragazza continuava a ridacchiare per chissà quale motivo, pensò tra sé Aeneas. Una volta rientrato da quella missione, avrebbe dovuto imparare a convivere con i due nuovi coinquilini, per quanto la cosa lo disturbasse. Non sarebbe più stato libero di usare il proprio bagno, la propria stanza, la cucina... Era un pensiero fastidioso, eppure iniziò a riflettere su come avrebbe potuto trarre vantaggio dalle nuove circostanze. In effetti grazie a quei due giovani servitori, come preferiva considerarli lui, la quinta casa era stata ripulita per bene dopo tanto tempo.
Amber rivolse i propri pensieri al cavaliere del leone. Quel mattino aveva realizzato che in fondo lui era un giovane uomo di soli tre anni più vecchio, bello, affascinante e con un corpo scultoreo, che avrebbe fatto invidia alle muscolature marmoree delle statue rappresentanti il divino Febo Apollo. Arrossì riconoscendo la fortuna di esser stata affidata a lui. O forse la sfortuna, perché in realtà sarebbe stato un problema se avesse perso la testa per il leone.
"Siamo diretti in Italia, giusto?" chiese a un certo punto Larth, che sembrava finalmente in procinto di svegliarsi veramente: "E' là che sono nato, per la precisione in Tirrenia o Etruria. Chissà, magari passiamo da quelle parti..."
"Mi spiace deluderti, ma siamo diretti nell'Alto Adriatico, verso gli estremi confini della Venetia." spiegò Aeneas: "Comunque è un bene, se consideri che stiamo andando a fermare una catena di omicidi. Se fosse accaduto dalle tue parti i tuoi amici e famigliari avrebbero rischiato di essere coinvolti, non credi?"
Suo malgrado, il leoncino si trovò costretto ad annuire.
"Così tu vieni dall'Italia, eh?" intervenne Amber incuriosita: "Io invece sono nata e cresciuta in America Boreale, quell'area un tempo nota come Stati Uniti o Canada."
"Accidenti, vieni da molto lontano!" commentò Larth.
"Già... Sembra che un tempo ci vivessero moltissime persone, ma adesso sono terre in gran parte desolate..." raccontò la lince con voce triste.
"Viviamo in un'epoca difficile, ma è fondamentale non abbandonarsi allo sconforto." li spronò Aeneas: "Non bisogna soffermarsi a pensare a ciò che si è perduto, ma occuparsi di ciò che è rimasto. E' nostro compito difenderlo... a ogni costo."
I due allievi lo scrutarono con gli occhi lucidi, cogliendo la saggezza di quelle parole.
"Bisogna avere fiducia nel domani, che se la meriti o meno. Perché se ci si arrende subito, non ci sarà un futuro." proseguì: "Certo, non è detto che lottando si possa cambiare un destino nefasto, ma è sempre meglio che accettarlo senza reagire. E chissà... in futuro il mondo potrebbe vedere giorni migliori, indipendentemente se ci saremo ancora o meno. Ma anche se non potremo mai viverlo di persona, vale la pena lottare per esso... non credete?"

La nave stava costeggiando alcune isole della Dalmatia quando Aeneas si destò dal suo pisolino. Una gradevole brezza lo invitò ad alzarsi per osservare la situazione. Trovò Amber e Larth che si sporgevano dal parapetto sorridenti e si accorse che stavano guardando un gruppo di delfini che giocava mentre scortava arbitrariamente la nave. Si accorse allora che in fondo i suoi due allievi erano sì cavalieri di Atena, ma anche e soprattutto due ragazzini. Sarebbe spettato a lui averne cura. E per fare ciò avrebbe dovuto svolgere l'ingrato compito di farli crescere, come persone e come cavalieri, togliendoli per sempre dalla spensieratezza della gioventù e trascinandoli nel crudo mondo degli adulti, della violenza, della morte.
"Maestro Aeneas!" esclamò Larth scorgendolo: "Sapreste dirmi che isola è quella?"
Il leoncino indicò l'isola più lontana dalla costa, quasi come volesse testare le conoscenze del cavaliere d'oro, piuttosto che per pura curiosità.
"Quella è Issa."
"E' abitata?"
"Un tempo lo era... ma ora non saprei." rifletté: "Può darsi che qualcuno ci abiti per starsene tranquillo, lontano dai pericoli."
"Credete che vivendo su una piccola isola sperduta si potrebbe vivere in pace?" gli chiese Amber.
"No... un luogo simile non esiste. Presto o tardi il male può giungere ovunque." affermò: "E' inutile fuggire e nascondersi... bisogna affrontare le avversità."
"Cosa intendete per... il male?" domandò Larth.
Aeneas lo raggiunse fissandolo con uno sguardo indecifrabile.
"Vi augurerei di vivere una lunga vita senza doverlo mai scoprire... ma la verità è che inizierete a conoscerlo molto presto."
I due sembrarono sconvolti e lui si pentì di aver parlato in quel modo. Cercò quindi le parole adatte per rimediare.
"Ma state tranquilli... quando avverrà, io sarò al vostro fianco."
Il viaggio proseguì tranquillamente, ma nonostante la nave fosse tra le più rapide a disposizione, essa dovette atraccare in un porto dalmata prima del tramonto. Dopo il pesante regresso tecnologico che aveva seguito le violente guerre degli ultimi decenni, era infatti diventato piuttosto rischioso navigare durante la notte.
I tre viaggiatori avevano a disposizione una cabina a bordo, perciò non era necessario cercare un giaciglio per la notte. Ciononostante Aeneas decise di scendere a terra per visitare la cittadina. Era un luogo chiamato Tarsatica e come spesso accadeva, era mezzo deserto. Le città e le cittadine erano per lo più cumuli di rovine fantasma, solo alcune erano ancora parzialmente abitate e frequentate. Questo porto era rimasto attivo anche perché vi si erano riversati i superstiti di una vicina città, che in origine era stata molto più grande.
Amber e Larth vollero seguire il loro maestro a ogni costo, ma si accorsero che tutto ciò a cui mirava egli, era di trovare una taverna dove sedersi e bere qualcosa. La ragazza ascoltò curiosamente Aeneas, mentre parlava con gli abitanti locali, senza capire una parola del loro idioma.
"Così questo sarebbe il linguaggio usato in Italia?" chiese a Larth.
"No, niente affatto! Nemmeno io capisco ciò che si dicono!" rispose lui: "E comunque qui non siamo in Italia."
"Ma perché non parlano in greco?" si meravigliò la lince: "Credevo fosse conosciuto ovunque!"
Il ragazzino fece spallucce. Entrambi sapevano che il greco fosse la lingua internazionale per eccellenza, non a caso infatti tutti i cavalieri di Atena e aspiranti tali, che provenivano da ogni parte del mondo, comunicavano tra loro in greco. Anche Larth e Amber stessi si comprendevano a vicenda grazie a esso.
I due rimasero a guardare il loro maestro scolarsi un paio di pinte di birra mentre parlava con alcuni clienti del posto. Di tanto in tanto ridevano assieme e parlavano con spensieratezza, in altri momenti invece Aeneas ascoltava attentamente ciò che gli altri avevano da dire. Infine ritornò al tavolo dei suoi allievi.
"Vi state annoiando? Ve l'avevo detto di restare sulla nave..."
"Maestro, state raccogliendo informazioni?" gli chiese invece Amber.
Lui la studiò con un'espressione seria.
"Fa parte del mio dovere tastare la situazione dei luoghi in cui sono diretto o anche solo di passaggio. Se c'è un qualche genere di minaccia all'orizzonte è sempre meglio saperlo subito." spiegò: "Noi cavalieri abbiamo il dovere di proteggere l'umanità, ma prima ancora il Grande Tempio della dea Atena. Se c'è bisogno del nostro intervento, veniamo inviati in missione, come in questo momento. Altrimenti rimaniamo a presidio del santuario. Ecco perché nel momento in cui siamo in viaggio è importante raccogliere informazioni anche su eventuali nuovi pericoli incombenti."
Fece una pausa per bere dal boccale.
"Un tempo esistevano macchine volanti che ti permettevano di raggiungere l'altra parte del mondo in giornata! Ma esse fanno parte della tecnologia perduta e oggi sono necessari diversi giorni di viaggio per una qualsiasi meta." sospirò un po' seccato: "Pensateci, appena sorge una nuova minaccia in una qualche parte del mondo, quanto tempo occorre prima che un cavaliere sia presente sul luogo? E quante vittime ci saranno nel frattempo? Se un cavaliere però si trovasse in zona per altri motivi, potrebbe intervenire relativamente presto, non credete?"
I due annuirono attentamente.
"Quindi, avete scoperto qualcosa di interessante?" domandò la ragazza.
"Beh, a parte le solite storie di marinai e pescatori, direi di no." rispose: "Però ho provato a chiedere se sapevano delle morti nel Carsum e cosa ne pensassero. Ebbene sembra che ne sappiano più di noi..."
"Cioè?"
"Sembra che l'assassino agisca di notte, si intrufoli nella stanza della vittima mentre questa dorme e le tolga la vita nel sonno."
"Ma è terribile!" esclamò Amber: "Però perché mai mandano un cavaliere di Atena per fermare un assassino? Mi sembra eccessivo..."
"Probabilmente perché non è un semplice assassino."
"Co-come?!"
"Se è stato inviato un cavaliere d'oro come me, evidentemente abbiamo a che fare con qualcuno di particolarmente pericoloso, probabilmente non un comune essere umano. Queste cose il vecchio le percepisce anche senza saperne abbastanza."
"Vi riferite al Gran Sacerdote?"
Aeneas annuì.
"Che significa... non un comune essere umano?" domandò Larth preoccupato: "Forse un cavaliere?"
"Ne dubito, potrebbe essere qualcos'altro." mormorò Aeneas alzandosi: "Adesso però andiamo a dormire, ci penseremo domani."
Gli altri due avevano molti altri quesiti per la testa, ma dovettero arrendersi e obbedire.
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6° CAPITOLO

Quando la nave salpò, Aeneas stava ancora dormendo e i due ragazzi decisero di non disturbarlo. Uscirono sopra coperta per ammirare il paesaggio. Il vento ora soffiava più forte e freddo che in precedenza e i delfini non li seguivano più. La nave costeggiava una penisola chiamata Histria, al termine della quale era stato detto loro che sarebbero giunti a destinazione. Verso la tarda mattinata giunsero in vista della meta, il porto di quella che un tempo doveva essere una città piuttosto importante. Fu a quel punto che Aeneas li raggiunse.
"Raccogliete le vostre cose." disse loro: "Appena sbarchiamo, ci mettiamo in cammino."
In effetti una volta scesi seguirono il cavaliere d'oro che sembrava avere le idee chiare sulla loro destinazione. Dopo una breve sosta in un'osteria verso mezzodì, durante la quale i ragazzi si rifocillarono e il loro maestro chiese informazioni, lasciarono la città di Tergeste per spingersi verso l'interno. In poche ore di cammino raggiunsero un piccolo villaggio. Amber si accorse che alla sua vista Aeneas stava sorridendo quasi commosso.
Gli abitanti guardarono incuriositi i tre giovani visitatori che entrarono in paese e alcuni di essi fissavano in particolar modo Aeneas.
"Sei tu... Enea?" chiese un giovane uomo avvicinandolo.
"Patrizio, quanto tempo!" lo abbracciò l'altro senza troppi giri di parole: "Come vanno le cose da queste parti?"
Ma l'uomo continuava a fissarlo con la faccia di chi ha appena visto un fantasma.
"C-come fai a presentarti in questo modo, dopo che tutti ti davano per morto da tempo!" lo rimproverò infine: "Saranno cinque anni che non abbiamo tue notizie...!"
"Sette." lo corresse il cavaliere.
"Incredibile... Sei proprio tu!" sgranava gli occhi Patrizio: "Vieni, andiamo a bere qualcosa, così mi racconti cosa ti è successo in tutto questo tempo! Accidenti, quanto sei cresciuto!"
Mentre i due chiacchieravano allegramente al bancone della taverna, la voce del ritorno di Enea si stava diffondendo nel villaggio e ogni tanto qualcuno passava di là per salutarlo con un largo sorriso sul volto. In molti non lo avevano dimenticato.
Nel frattempo Larth e Amber attendevano in disparte con pazienza, comprendendo solo in parte la situazione.
"Sembra che questo sia il villaggio natale del maestro..." spiegò il ragazzino.
"Lo sospettavo." rispose l'altra: "Tu che li capisci, cosa si stanno dicendo?"
"Mah, non mi è chiarissimo..."
"Ma non parlano la tua lingua?"
"Qualcosa di vagamente simile... forse."
"Sei proprio inutile..."
"Cos'hai detto?!"
E ricominciarono a bisticciare.
"Un c-cavaliere di Atena?!" ripeté Patrizio incredulo.
"Già... E sono qui per lavoro, se così si può dire." proseguì Aeneas: "Senti... Cosa mi sai dire sulle misteriose morti nel sonno di Scantian?"
L'uomo si rabbuiò improvvisamente in volto.
"Gran brutto affare..."

Aeneas fece tappa al piccolo cimitero del villaggio per rendere omaggio a un caro amico. Si accorse che una donna stava pregando in ginocchio davanti a una delle tombe, non molto distante da quella di Flavio. Nel silenzio essa udi i suoi passi avvicinarsi e si voltò a guardare. Il cavaliere scorse un viso famigliare.
"Enea?!" sussultò lei incredula: "E'... una visione?!"
"No, sono reale... Giulia." disse lui tranquillamente.
Gli occhi di lei erano sgranati e fissi su di lui, il suo viso era rimasto come lo ricordava. Era cresciuta, certo, ma era sempre lei. Sarebbe stato impossibile non riconoscerla.
"Come va?" chiese il giovane cercando di spezzare quel drammatico silenzio.
Le lacrime stavano sgorgando inarrestabili dagli occhi della donna, che improvvisamente balzò in piedi e corse verso di lui, gettandogli le braccia al collo e finendogli addosso con tutto il peso del corpo. Preso alla sprovvista Aeneas cadde all'indietro e si ritrovò steso a terra, con la vecchia amica sopra di lui.
"Sei tu!! Sei proprio tu!! Sei... reale!!" quasi gridava lei piangendo: "E sei vivo!!"
"Direi di sì..."
"Finalmente sei tornato! Ti ho aspettato!"
"Già... è una lunga storia... Potresti spostarti, non è molto comodo così..."
Ma Giulia non gli dava più ascolto, piangeva e singhiozzava senza controllo. Allora lui smise di lamentarsi e decise di abbracciarla calorosamente. Sembrava che la giovane non provasse qualcosa di simile da tanto tempo.
"E io che mi chiedevo se ti saresti ricordata di me..." sussurrò tra sé.
"Non ti ho mai dimenticato, Enea! Ho sempre aspettato il tuo ritorno! Ho pregato per te!"
"Beh, ti ringrazio..." disse perplesso: "E mi dispiace..."
"Per cosa?" provò ad asciugarsi le lacrime lei.
"Per non aver dato mie notizie... per averti fatta preoccupare... perché domani riparto..."
"Cosa?!"
"Non crederai veramente che sia ritornato per restare?"
Giulia scoppiò nuovamente a piangere ed Aeneas si diede dello stupido per non aver saputo parlare con più tatto.

"Di chi era la tomba sulla quale stavi pregando?"
"Di mio padre."
"E'... morto?"
"Poco tempo dopo che tu te ne andasti. Non si riprese più dalle ferite che gli aveva inferto Hector."
"Mi dispiace..."
Solo allora Aeneas comprese almeno in parte il senso di solitudine e tristezza che doveva aver patito la sua amica. Stava seduto a tavola nella casa di lei, mentre questa camminava nervosamente su e giù come indaffarata, mentre in realtà era solo particolarmente eccitata e felice per stare ferma. Accanto al leone sedevano i suoi due discepoli, che aveva ritrovato dove li aveva lasciati.
"Posso sapere chi sono questi due ragazzini?" chiese infine Giulia.
"Beh, ecco..."
"Siamo i suoi allievi." rispose Larth con orgoglio, comprendendo la domanda.
"Allievi?" ripeté lei: "In che senso?"
"E' una lunga storia, dovrei raccontartela dall'inizio..." sospirò Aeneas: "Ma non ho tempo..."
"E allora sbrigati a raccontarla!" insistette l'amica.
Ancora una volta fu costretto a narrare gli eventi principali della propria vita negli ultimi sette anni, da quando lasciò il villaggio per dirigersi in Grecia, fino al suo ritorno da cavaliere d'oro a causa di una missione. La donna ascoltò con meraviglia, sinceramente sorpresa da come si succedettero gli eventi nella vita del suo caro Enea.
"Quindi i cavalieri di Atena sono nostri protettori e non nemici? E tu ora ne fai parte?" mormorò tra sé Giulia: “E tra voi c'è anche Tarconte, tuo fratello?”
"Già... Cosa ne pensi?"
"Ecco... Da una parte sono emozionata e felice per te." ammise non senza difficoltà: "Ma sono anche molto preoccupata! I tuoi doveri comportano grandi pericoli..."
"Il mio destino era segnato, se così posso dire... dopotutto sai bene che non sono stato addestrato per niente."
"Ma poi... perché al Grande Tempio prendono ragazzini così giovani?" domandò l'amica: "Non è giusto!"
"Il motivo è molto semplice, Giulia: per essere guerrieri veramente validi bisogna iniziare molto presto." spiegò il leone: "L'addestramento sin dalla più giovane età è necessario a plasmare cavalieri degni di un'armatura. Ci vuole del tempo per padroneggiare il cosmo e le tecniche letali di noialtri. Non è semplice ottenere la forza per ergersi a protettori dell'umanità con successo."
Lei osservò Amber e Larth con occhi tristi, ma rassegnati.
"Siate molto attenti nella vostra missione. Sembra che quella... cosa... colga le proprie vittime nel sonno. Fate in modo che almeno uno di voi rimanga sempre sveglio." li avvertì parlando in greco: "Mi ricorda una vecchia storia di cui mi narrava mia nonna..."
"Di che storia stai parlando?" le chiese Amber incuriosita.
"Non ha importanza, è solo una stupida leggenda locale. Una di quelle che gli anziani raccontavano ai bambini per spaventarli e renderli obbedienti."
"Ti prego, vorrei sentirla."
"E va bene, non vedo perché no." le sorrise Giulia: "Si dice che un'entità chiamata Morana, o anche Mara... una dea o piuttosto un demone... entri nelle case durante la notte e si sieda sul ventre dei dormienti, tormentandoli e causando loro dei terribili incubi, in alcuni casi persino la morte."
I ragazzini rabbrividirono.
"Mi pare di aver già sentito qualcosa del genere..." annuì Aeneas: "Comunque è tempo di mettersi in marcia."
"Aspetta, Enea! Perché non rimanete qui per la notte? C'è spazio per tutti e così vi riposate..."
"No, ma grazie, Giulia. Ci vorrà un paio di giorni per raggiungere il villaggio di Scantian, meglio se partiamo subito." replicò lui: "Ogni giorno che ritardiamo può significare altre vittime."
"Devi ripartire così presto...?" sospirò affranta: "Almeno permettimi di donarvi delle provviste, allora!"
Il cavaliere accettò non solo per cortesia, ma anche per reale necessità, ringraziando di cuore l'amica.
"Promettimi che ripasserai appena avrete terminato la missione!" esigette: "Voglio assicurarmi che stiate tutti bene. Pregherò Timavus, affinché vi protegga."
Egli annuì, ma appena uscì dalla casa incrociò nuovamente Patrizio, che stava fissando due massicci buoi locali al proprio carro.
"Ho quasi finito, Enea." esclamò vedendolo: "Devo andare in un villaggio a est, posso darvi un passaggio e farvi risparmiare un po' di strada e tempo."
"Ti ringrazio, ci sarà di grande aiuto." rispose lui: "Avanti, voi due! Salite su!"
E mentre il carro si avviava, Giulia salutò i suoi passeggeri finché non scomparvero dietro la collina. Era doloroso separarsi un'altra volta da Enea, soprattutto essendo conscia che era diretto verso sempre nuovi pericoli. Dovette lottare per non scoppiare nuovamente in lacrime.
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Modesto disegno del sottscritto dei 12 Cavalieri d'oro di After the Apocalypse (OC). Anche se una fanart, preferisco postarla con la fanfic alla quale si riferisce.

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7° CAPITOLO

Patrizio era una persona simpatica e amichevole, un giovane di vent'anni circa. Parlava in greco mentre raccontava ai due ragazzini qualcosa di più della sua terra, il Kras o Carsum. I boscarini, così aveva chiamato i due giganteschi bovini che li trainavano, avanzavano con lentezza, ma apparentemente senza fatica. Se si escludevano i suoi passeggeri e i loro bagagli, tra i quali però c'erano le tre casse delle armature, il carro era vuoto, poiché il proprietario era diretto a fare acquisti.
"Anche volendo non potrei portarvi a destinazione." disse a un certo punto: "Come sai, Enea, il carro non può superare certe pendenze e per aggirare i monti dovrei dilungare di molto la strada."
"Non sarà necessario, non riusciremmo comunque ad arrivare prima di domani." disse il cavaliere: "Grazie a te però guadagneremo qualche ora di cammino e risparmieremo le forze."
"E' un piacere!" si compiacque Patrizio: "E comunque non mi avvicinerei per nessuna ragione a Scantian..."
"Scantian è la nostra meta giusto?" chiese Larth: "Che nome strano..."
"È l'abbreviazione di Sanctus Cantianus, deriva dal vecchio nome locale, Škocjan." spiegò Aeneas.
"È il villaggio del fiume degli inferi!" aggiunse il conducente: "Non so cosa stia accadendo lì, ma non è niente di buono. Secondo me hanno offeso Timavus, che ora li sta punendo."
"Timavus..." ripeté Amber: "È lo stesso nome che ha menzionato Giulia, chi è?"
"È il dio dell'omonimo fiume, molto venerato e rispettato da queste parti." rispose Patrizio: "Il suo fiume trascina le anime dei defunti negli inferi."
"C-come?!"
"Secondo le credenze proprio a Scantian è situata una delle entrate nell'Ade." raccontò il leone: "Il motivo è che ci sono molte grotte e cavità sotterranee... ma soprattutto una caratteristica unica: l'intero fiume scompare."
I due ragazzini si scambiarono uno sguardo incredulo.
"Come può sparire un fiume, maestro?!" domandò Larth: "Dove va a finire?!"
"Questa è una bella domanda... Ciò che è certo è che il Timavus all'improvviso svanisce sotto terra."
"Va... negli inferi?!"
"Proprio così, ragazzo!" confermò Patrizio: "E a quanto pare dovrete risalire proprio il fiume per raggiungere il villaggio. Chissà, con un po' di fortuna potreste vedere delle vile..."
"E... cosa sarebbero le vile?" fu il turno di Amber.
"Sono le ninfe di questi luoghi." rispose prontamente Aeneas.
"Tu ne hai mai viste?" la domanda della ragazza fu rivolta al conducente.
"Può darsi..."
"E cosa vorrebbe dire?!"
"Che non si può esserne certi, dato che sono in grado di mutare forma e confondersi nella natura... Spesso si prendono gioco degli uomini in questo modo, è molto difficile riconoscerle e tanto più vederle nella loro forma reale. Si dice siano bellissime!"
Amber sospirò, poi avvicinò il suo maestro per parlargli a voce bassa.
"È un tipo simpatico, ma è troppo superstizioso!"
Aeneas la fissò e sorrise.
"Superstizioso, dici?"
"P-perché? Ho detto qualcosa di sbagliato?"
Ma il cavaliere si limitò a ridere sommessamente.

Una volta salutato Patrizio, camminarono sino alle rovine di un villaggio, dove, vedendo sopraggiungere il tramonto, si fermarono per trascorrere la notte. Era un luogo lugubre e tetro, e nonostante la stanchezza i due ragazzini non credettero di poter prendere sonno facilmente.
"Non ci sono altri villaggi abitati nelle vicinanze di Scantian, esso è l'ultimo rimasto in zona." spiegò Aeneas: "Naturalmente un tempo ce n'erano molti, ora però sono solo rovine. Beh, sempre meglio che dormire all'aperto. E poi è gratis."
Si erano accampati all'interno dell'edificio che si presentava in condizioni migliori, seppure anch'esso privo del tetto, crollato nel tempo. Piante rampicanti e persino qualche albero vi crescevano all'interno. Mangiarono parte dei salumi e del formaggio che avevano ricevuto da Giulia, poi approfittarono dell'ultima luce del giorno per guardarsi attorno con maggiore attenzione. Amber scorse tra foglie e rami una piccola scultura lignea rappresentante una donna con un bimbo in braccio.
"Che luogo è questo?" si chiese: "Sembrerebbe un tempio..."
"E' una chiesa. O meglio, lo era." si corresse il leone: "In effetti è un tempio del passato."
La ragazza annuì, aveva sentito parlare anche lei di quel vecchio culto che un tempo era diffuso su tutto il globo. Era la prima volta però, che vedeva una sua reliquia. Decise di rivolgere una preghiera a quella divinità dimenticata e si accorse di non avere più timore di trascorrere la notte tra quelle rovine.
Si misero in marcia all'alba e Larth ne fu felice. Non aveva dormito bene, tormentato com'era dall'inquietudine. I luoghi fantasma come quelli non gli andavano a genio, sentiva la spiacevole sensazione di poter disturbare qualche ignota entità che vi dimorava da lungo tempo e con la quale sarebbe stato meglio non aver nulla a che fare.
Raggiunsero il fiume prima del previsto, ma risalirlo fu faticoso, poiché i sentieri che lo seguivano erano poco battuti. Camminarono per quelle che sembrarono ore e il cavaliere d'oro spronava i due giovani allievi a proseguire con impegno e fiducia, poiché voleva raggiungere Scantian entro la sera. Poi, d'un tratto si ritrovarono proprio a fianco della sponda occidentale, in un punto in cui il fiume, divenuto quieto, formava un piccolo laghetto. Non poterono fare a meno di fermarsi a guardare e apprezzare la bellezza di quell'oasi verde. L'acqua era di un azzurro quasi irreale, le piante così piene di vita e salute. Alla vista di quello spettacolo nessuno avrebbe potuto accostare quel fiume alla morte e all'aldilà, a meno che non ci si riferisse ai Campi Elisi. C'era nell'aria un'atmosfera fantastica e Larth si convinse che vi dovevano per forza dimorare le ninfe. O meglio, le vile.
Fu per questo motivo che sussultò quando scorse qualcuno. Anche Aeneas e Amber lo notarono e assieme si avvicinarono in silenzio. Con profondo stupore si accorsero che si trattava di un bambino seduto su di una roccia e i piedi immersi nell'acqua.
"Venite avanti, non siate timidi!" esclamò improvvisamente.
I tre rimasero di stucco. Il bambino sapeva della loro presenza senza essersi nemmeno voltato, e soprattutto non li temeva, anzi, li invitava a raggiungerlo. Quando gli furono vicini, lui si voltò sorridente. Non doveva avere più di sette anni, era biondissimo, gli occhi dello stesso colore del fiume.
"Siate i benvenuti, viandanti!" li accolse: "Vi stavo aspettando."
Non erano certo le parole che ci si sarebbe aspettati da un bimbo, non verso degli sconosciuti.
E poi cosa ci faceva da solo in un luogo sperduto come quello?
"Credevo che non ci fossero villaggi nelle vicinanze..." mormorò Aeneas spiazzato.
"Grazie, piccolo..." intervenne Amber: "Conosci la zona? Sai, siamo diretti a Scantian... dista molto da qui?"
"So dove siete diretti. E sapete già di dover seguire il corso del fiume per arrivarci, quindi non vi servono altre indicazioni." rispose: "Il villaggio non è troppo lontano. Dissetatevi con l'acqua del fiume, vi restituirà le energie necessarie per raggiungere la vostra metà."
"Ehi, come fai a sapere tutte questa cose?!"
Ma lui continuava semplicemente a sorriderle.
"In effetti ho molta sete..." constatò Larth chinandosi a bere.
Amber era diffidente, ma dovette ripensarci quando anche il suo maestro si dissetò e si riempì la borraccia. L'acqua era fresca e buona, ma soprattutto sembrò rinvigorirla per davvero.
"Hai ragione, bambino." sorrise Larth: "Quest'acqua è strepitosa!"
"Ora però sarà meglio andare." parlò infine Aeneas: "Non è il caso di perdere altro tempo, dobbiamo raggiungere il villaggio in giornata."
Il bambino annuì comprensivo.
"Un'ultima cosa, voglio fornirvi un consiglio prezioso." divenne cupo per la prima volta: "Guardatevi dal trarre conclusioni affrettate, non sempre le cose sono effettivamente come sembrano a prima vista."
I ragazzini lo guardarono meravigliati. Quel misterioso bimbo non finiva mai di stupire.
"Cosa dovrebbe significare?" domandò Amber: "Spiegati meglio!"
"Diversa è la via del benandante da quella del malandante, ma voi sapreste distinguere l'una dall'altra?"
I due non seppero come reagire di fronte a quel enigma tanto simile a un oracolo. Non ne avevano capito nulla.
"Ti ringrazio per il consiglio, vedremo di farne tesoro." si espresse Aeneas: "Addio."
S'incamminò verso nord, lungo il corso del fiume e i due giovani discepoli si affrettarono a seguirlo, ancora incerti per lo strano riguardo che il loro maestro sembrava provare per il bimbo. Si erano allontanati di pochi passi quando la sua voce li raggiunse un'ultima volta.
"Che i vostri passi possano essere leggeri e rapidi! Vi auguro le migliori fortune nella vostra ardua missione!"
Amber si bloccò di colpo.
"Come fa a sapere della nostra missione?!"
Ma voltandosi si accorse che il bambino non c'era più. Sembrava svanito nel nulla.

Quel misterioso incontro li aveva fatti riflettere per gran parte del viaggio. Dovevano ormai essere vicini al villaggio quando Larth non riuscì più a trattenersi.
"Chi era quel bambino? Cosa ci faceva lì? Perché sapeva tante cose? E poi parlava troppo bene..."
"Più ci penso e più mi convinco che non fosse un comune bambino..." concordò la ragazza: "C'era qualcosa di... enigmatico e misterioso in lui."
"Credete che fosse una vila? Cioè, una ninfa?"
"Larth, le ninfe sono femmine!"
"Ma Patrizio ha detto che possono trasformarsi..."
"Sì, ma credo che intendesse dire che possono assumere l'aspetto di piante o animali, dopotutto sono creature in simbiosi con la natura... sempre se esistono veramente." insistette la lince: "Probabilmente era solo un bambino un po' particolare che abitava da quelle parti... Voi cosa ne pensate, maestro?"
Aeneas sospirò seccato.
"Penso che dovreste pensare alla missione. Guardate, siamo arrivati."
E infatti davanti a loro s'intravide il villaggio, posto su un'altura coperta dai boschi. Il fiume gli scorreva incontro per poi scomparire tra il verde degli alberi e il grigio della roccia. Nel tempo esso aveva scavato un canyon che giungeva proprio fino al colle del villaggio.
Mentre aggiravano il canyon per raggiungere il villaggio, iniziarono a scorgere qualche campo coltivato. Su uno di questi scorsero un uomo che lo stava annaffiando. Quando si accorse di loro rimase come pietrificato. Aeneas gli si diresse incontro con calma per non spaventarlo ulteriormente.
"Saluti!" esordì: "E' questa Scantian? So che avete un grosso problema nel vostro villaggio..."
"C-chi siete?!" domandò l'altro con diffidenza.
"Siamo stati inviati qui per risolverlo..."
"Chi vi ha chiamati?!"
"Non saprei... il vostro capo villaggio, forse?"
"Sono io, Jožef, il capo villaggio!" sbottò nervosamente: "E non ho chiesto aiuto a nessuno!"
"Ah, capisco... Quindi non avete nessun problema? O magari non volete accettare il nostro aiuto?" chiese il cavaliere: "Se le cose stanno così, magari dovremmo semplicemente andarcene... Peccato, tutta questa strada per niente! Ma almeno ora sappiamo che qui non ci sarà bisogno di tornare..."
Il leone fece per voltarsi per tornare sui suoi passi, quando venne richiamato dall'uomo. Era sopra i cinquanta con pochi capelli grigi in testa e un volto rugoso visibilmente provato dalla sofferenza.
"Aspetta!" cedette l'altro alla disperazione: "Se sei qui esclusivamente per questo motivo, non negarci il tuo aiuto, forestiero. Mi spiace per la fredda accoglienza, ma qua ormai non ci si fida più di nessuno, tanto meno degli estranei."
"Lo sospettavo... e vi capisco." si rigirò il giovane: "Ma adesso vorrei passare al più presto ai fatti. Ho bisogno di comprendere al meglio la situazione, perciò tu e i tuoi compaesani dovreste dirmi tutto ciò che sapete... prima di sera."
L'uomo annuiva accennando un lieve sorriso, che sembrava riuscirgli con difficoltà. Evidentemente era da tempo che non lo faceva e l'arrivo di quei tre sconosciuti era bastato a riaccendere una fiammella di speranza.
"E allora seguimi, andiamo subito al villaggio!"
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8° CAPITOLO

In paese furono accolti da altri sguardi diffidenti e se non vennero aggrediti a sassate probabilmente era stato grazie alla presenza del capo villaggio tra loro. Egli si adoperò immediatamente a riunire i vari capi famiglia nella piazza, che in breve si riempì di uomini per gran parte non più giovani. Ma la curiosità aveva attratto anche molti altri abitanti, tra cui anche donne e bambini.
Il cavaliere d'oro si sentì in dovere di dare delle spiegazioni e si fece avanti.
"Il mio nome è Aeneas di Leo, cavaliere della dea Atena!" esordì: "Mi è stata affidata la missione di risolvere il caso delle morti nel sonno. Non so chi tra voi ha richiesto l'aiuto del Grande Tempio di Atena, ma posso assicurarvi che ha fatto la cosa giusta."
Nella piazza si sollevarono mormorii sempre più vivaci, ma nessuno si fece avanti per confermare la richiesta di aiuto.
"E va bene, in fondo non ha importanza..." proseguì: "Ciò che conta è che il problema sia reale e vi serva il mio aiuto. Per prima cosa vorrei sapere dall'inizio cos'è successo."
Fu Jožef stesso a rispondere.
"È iniziato quasi un mese fa. La prima vittima fu... il m-mio nipotino." ammise con voce straziante: "Il figlio di mio figlio... aveva solo sei anni!"
"Mi dispiace..." disse pazientemente il leone: "Ma come fate a dire che si sia trattato di omicidio? Quali erano state le circostanze della morte?"
"Il bambino era stato messo a dormire nel suo letto... e al mattino dopo e stato trovato morto. Tutto qua!" rispose qualcuno: "Per questo nessuno aveva sospettato nulla..."
"No!" ruggì il capo villaggio: "Io avevo notato subito che qualcosa non andava! Sul corpo di mio nipote avevo notato dei segni, come di soffocamento. Non dissi nulla perché pensai che qualcuno mi avesse preso di mira e volesse vendicarsi per qualche torto subito. Decisi di smascherarlo senza darlo a vedere... ma poi..."
"Alcuni giorni dopo morì una bambina di quattro anni, la figlia del mugnaio." continuò uno dei capi famiglia: "Anche allora non ci furono motivi per incolpare qualcuno, il corpo sembrava intatto nel suo letto, ma naturalmente sorsero dei dubbi su due morti simili in così breve tempo..."
"Un paio di giorni dopo fu il turno del figlio di Matej... era solo un neonato!" aveva ripreso la parola Jožef: "Non è raro che i neonati muoiano senza un motivo apparente... credemmo ancora che si trattasse solo di un periodo nefasto... Poi però, la notte successiva morì un altro bambino, e uno in quella dopo... Ormai era chiaro che qualcuno li stava uccidendo!"
"Quindi le vittime sono bambini?" chiese Aeneas sorpreso.
"No, non solo..."
Il capo villaggio disse che a quel punto fece istituire una ronda notturna. Era composta da una mezza dozzina di uomini che a turno passavano la notte in bianco per sorvegliare il paese. Per alcuni giorni non ci furono altri omicidi, ma poi ripresero nonostante la ronda. Le vittime iniziarono a essere donne e vecchi, persone cioè che non erano sorvegliate con la stessa attenzione dei bambini.
A quel punto la ronda non fu più sufficiente e Jožef decise di dividere e sparpagliare gli uomini che la formavano, così che potessero tenere d'occhio più abitazioni contemporaneamente.
"Mi era sembrata una buona idea, ma..." s'interruppe il capo villaggio: "Fu a quel punto che capimmo la reale gravità della situazione... Il mattino successivo trovammo il cadavere dilaniato di Goran, uno degli uomini della ronda!"
“D-dilaniato?!” ripeté Larth scosso.
Persino Aeneas rimase stupito.
"Come puoi vedere, cavaliere di Atena, non solo le vittime non sono esclusivamente bambini, ma neanche tutte morte nel sonno. Goran aveva chiaramente lottato con il suo aggressore e aveva avuto la peggio!" proseguì: "Ti posso assicurare che era un giovane robusto e forte, perciò dovemmo accettare il fatto che l'assassino non era un semplice vigliacco che uccideva nel sonno, ma un vero mostro che aveva preso di mira Scantian!"
Jožef non seppe più cosa fare e ripristinò la ronda con più uomini, creando un secondo e poi un terzo gruppo. Nel frattempo continuava a sfuggirci il morto e negli ultimi giorni la situazione era diventata disperata. C'era ormai la media di una morte a notte e il villaggio intero ormai aveva paura di addormentarsi.
"Con la vittima di questa mattina, i morti sono tredici." concluse affranto: "Era un vecchio che viveva solo ai bordi del villaggio, pace all'anima sua. L'abbiamo già sepolto, non chiederci di dissotterrarlo per esaminarlo."
Nella piazza scese un tetro silenzio, mentre Aeneas prendeva atto di tutte le informazioni ricevute.
"Capisco..." esclamò infine: "Adesso però vorrei sentire le vostre opinioni. E' mio dovere giungere a una soluzione e fermare l'assassino, ma sarei interessato a sapere cosa ne pensiate voi, che in questo villaggio ci vivete e lo conoscete bene."
Nella piazza ricominciarono i mormorii, ma ancora una volta nessuno si fece avanti.
"Va bene... Allora proverò a formulare delle ipotesi e voi mi darete la vostra opinione." ritentò il leone: "La soluzione più naturale è che il colpevole sia uno di voi, qualcuno del villaggio, che potrebbe voler risolvere dei conti in sospeso con alcuni compaesani..."
"No, non è possibile!" esplose un omone nel mezzo della folla: "Non hai sentito?! Un uomo è stato ammazzato dopo esser stato aggredito da sveglio! Non siamo in molti nel villaggio ad avere la forza per sopraffare uno come Goran! E nessuno di noi avrebbe potuto causargli quelle terribili ferite... non in così breve tempo e senza attirare l'attenzione degli altri, almeno! Sembrava fosse stato... sbranato!"
Aeneas ovviamente non aveva creduto affatto che l'assassino fosse tra i presenti, ma ponendo il quesito aveva ottenuto ciò che si spettava: la presenza di nuovi dettagli da inserire nel quadro generale.
"Allora il colpevole potrebbe essere qualcuno che non appartiene al villaggio. Conoscete qualcuno del genere?"
"Cavaliere, questo villaggio dista parecchio da quelli più vicini, non sono distanze che qualcuno farebbe abitualmente ogni giorno o quasi. E poi dovrebbe avere una forte ostilità per Scantian per agire in questo modo proprio ed esclusivamente qui." spiegò Jožef: "Se invece ti riferisci a eremiti o altri tipi solitari nelle vicinanze... beh, non ne conosciamo."
L'ultima affermazione non fu particolarmente convincente, ma Aeneas dovette accettare quella risposta.
"Se il colpevole non è nessuno del villaggio o da fuori di esso, allora chi è?" si pose il quesito a voce alta: "O forse... cos'è?"
Amber e Larth guardarono inquieti il loro maestro. Nessuno dei paesani sembrava comunque intenzionato a dire la sua.
"Si sta facendo tardi... dovremmo organizzarci per le ronde." intervenne il capo villaggio: "Cavaliere, sarei onorato di averti come ospite per la cena assieme ai tuoi compagni e... per quanto possa valere in questo villaggio maledetto, ho una stanza per voi tre."

Dopo la cena, che consistette di una zuppa di legumi, i tre ospiti si intrattennero con il padrone di casa, mentre sua moglie sparecchiava e lavava i piatti. Stava già scendendo il buio e Larth sbadigliò pesantemente.
"E' naturale che siate stanchi dopo il viaggio che abbiamo fatto." disse il cavaliere di Leo: "Non vi biasimerò di certo se deciderete di andare a dormire... Di sicuro io rimarrò sveglio questa notte."
Gli altri due compresero quali fossero le intenzioni di quelle parole e un brivido percorse la loro schiena.
"Maestro, farò il possibile per non addormentarmi!" esclamò subito il ragazzino.
L'altro rise sommessamente, poi si voltò verso il capo villaggio.
"Facciamo qualche considerazione. Jožef, ha una vaga idea di quando preferisca agire il nostro assassino?"
"Difficile dirlo, le vittime sono quasi sempre state ritrovate all'alba, con le prime luci del giorno."
"Però mi aveva detto che è stato ucciso anche un uomo della ronda. Quando era stato ritrovato?"
"Ah, in effetti credo che i compagni lo avessero trovato attorno alle quattro... ma il corpo era freddo e il sangue coagulato, era già morto da un pezzo."
"Un'altra cosa: quand'è che si separò per l'ultima volta dagli altri?"
"Questo non lo so con precisione. Se chiedessimo a uno di loro potremmo avere indicazioni più precise. Di certo la ronda inizia a pattugliare sul serio attorno alle dieci. Prima non ha senso, perché nonostante il buio è tutto tranquillo e in ogni casa c'è almeno qualcuno ancora sveglio."
"Tra le dieci e le quattro è uno spazio di tempo molto ampio... ma se ho capito bene dovremmo poter ridimensionarlo di qualche ora." rifletté Aeneas: "Quindi l'assassino agisce nel cuore della notte. E' piuttosto intelligente, poiché si introduce nelle case senza farsi scoprire. Nessuno poi lo ha mai visto per poterlo raccontare. Escluderei quindi che si tratti di una semplice belva feroce..."
Gli altri, compresa la moglie di Jožef, ascoltarono attentamente le sue valutazioni in silenzio.
"Il nostro obiettivo non sembra essere qualcuno del villaggio. Questo perché inizialmente sceglieva con cura le sue vittime, ma appena è stata istituita la ronda, per qualche giorno smise di agire, probabilmente spiazzato dalla sorveglianza notturna. Poi però fa ritorno cambiando chiaramente modo di agire. Non uccideva più bambini, ma probabilmente chi gli era più facile raggiungere. Quando poi la ronda si è sparsa, ne ha fatto le spese uno dei suoi membri. Questo secondo me significa che l'uomo si è imbattuto nell'assassino, il quale sorpreso, ha dovuto tappagli la bocca per sempre, dimostrando così anche una pericolosità notevole." esitò per un momento: "Uccide nel sonno, preferibilmente soffocando le vittime e solo se necessario mostra la sua vera forza..."
"Maestro, e se gli assassini fossero due o più?" chiese Amber pensierosa: "Magari l'uomo della ronda è stato ucciso per davvero da una belva feroce, che non centra con gli altri omicidi..."
"In effetti è una possibilità, ma ne dubito..." rispose: "Fosse stato un orso o un lupo si sarebbe sentito nel villaggio il suo ringhiare, in fondo c'era una ronda attiva. Anzi, proprio il fatto che l'uomo non abbia dato subito l'allarme fa pensare che sia stato ucciso molto rapidamente..."
I due ragazzini erano ormai spaventati sul serio, quella notte non sarebbero comunque riusciti a prender sonno.
"Il particolare di questo caso che mi incuriosisce maggiormente è però il motivo degli omicidi." proseguì il leone: "Non uccide per fame, poiché nessuno dei cadaveri è mai stato divorato, nemmeno parzialmente. Non credo sia un rituale, perché le morti non si susseguono a intervalli regolari, anche se le vittime sono sempre una per volta... Visto l'accanimento, più che per necessita sembrerebbe che uccida per puro... odio... O forse vendetta."
Jožef distolse nervosamente lo sguardo dal giovane. Era diventato inquieto, finché non decise di cambiare argomento.
"Sono quasi le dieci, questa notte dovrei unirmi alla ronda." disse: "Sono dispiaciuto, ma..."
"Non c'è problema, ho intenzione di unirmi anch'io." replicò Aeneas: "Venite anche voi due?"
Non sarebbe nemmeno stato necessario chiederlo, i due ragazzini non avrebbero comunque chiuso occhio.
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Last edited by Tyki_Mikk; 03-11-11 at 00:15.
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9° CAPITOLO

Com'era ormai diventata consuetudine si erano formati tre gruppi di sei uomini. Amber notò come fossero stremati dalla fatica, in fondo dovevano lavorare di giorno e pattugliare la notte. Nonostante i turni, questi ritmi stressanti proseguivano da un mese e in molti avevano i nervi a pezzi. Aeneas fece inserire lei e Larth in uno dei gruppi di ronda.
"Maestro, e voi cosa farete?" chiese il leoncino.
"Io mi muoverò da solo."
"Ma è pericoloso! Potreste essere attaccato!" protestò la ragazza.
"E' proprio ciò che mi auguro."
Udendo quelle parole, gli uomini lo guardarono con un misto di sentimenti contrastanti. Probabilmente c'era chi lo considerava folle e chi un impavido.
"Buona fortuna!" esclamò salutando: "Ci rivedremo all'alba... almeno credo."
E il cavaliere d'oro si allontanò in solitudine, scomparendo nell'oscurità.
"Avrebbe potuto almeno indossare l'armatura, non credi?" mormorò Larth guardando la compagna: "Ma piuttosto, perché non l'abbiamo messa nemmeno noi?"
"Meglio usarla solo se necessario... finché rimaniamo in gruppo siamo al sicuro."
Fu una notte lunga e silenziosa. Tutto sembrava tranquillo, tanto che i ragazzini finirono per chiedersi se esistesse davvero un assassino. Fino ad allora la ronda non aveva mai intercettato nulla e nessuno di sospetto, era stata più utile a tenere alla larga l'assassino che a scovarlo. E in base ai risultati, anche quel compito non aveva avuto molto successo.
Poi, improvvisamente, si udirono delle grida. Un gelido tuffo al cuore colse sia Larth che Amber. Il gruppo si diresse rapidamente in quella direzione. Vicino al retro di una casa, le torce illuminarono il corpo dilaniato di un uomo. I due ragazzini impallidirono.
"E' Pavel..." disse qualcuno con orrore.
"Allarme!" gridò immediatamente uno di loro: "L'assassino ha colpito! Potrebbe essere ancora qui!"
Gli altri due gruppi accorsero di lì a poco e una volta fatta la macabra scoperta, i presenti mossero le torce in ogni direzione e allertarono i loro sensi per cercare di scorgere qualcuno o qualcosa. In breve tutto il villaggio fu sveglio, quando mancavano diverse ora all'alba.
"Là, in alto!"
I più svelti seguirono l'indice di un giovane, che puntava su una sporgenza rocciosa illuminata dalla luna. Solo pochi però erano riusciti a notare una sagoma scura, che scomparve in fretta tra il folto della foresta. Amber fu tra loro.
"Cosa avete visto?!" domandò subito Jožef.
"Un'ombra... c'era qualcuno... o qualcosa." spiegò il giovane.
"Era umano?"
"Non saprei, non era chiaro... forse si muoveva in posizione eretta..."
"In effetti nemmeno io ho capito cosa fosse." s'intromise Amber: "Ma finché non si accorse di essere stato visto, se ne stava fermo a osservarci. Lassù sembra essere molto distante, credete che fosse l'assassino?"
"E chi altri sarebbe potuto essere?"
In quel momento dal buio emerse Aeneas, che si mise subito in ginocchio a studiare il corpo della vittima.
"Quest'uomo non faceva parte della ronda, o sbaglio?"
"No, il turno di Pavel era stato ieri." rispose qualcuno.
"E allora perché si trova fuori dalla propria casa?" si pose il quesito a voce alta: "Dov'è che abita?"
"Proprio qui."
Il capo villaggio indicò la casa più vicina, a pochi passi da loro. Gli uomini andarono subito a bussare alla porta, ma la moglie della vittima non venne ad aprire. A quel punto Aeneas richiamò di nuovo l'attenzione di tutti. La finestra che volgeva sul lato del cadavere era socchiusa.
Gli uomini buttarono giù la porta e trovarono la moglie di Pavel stesa sul proprio letto, morta. Quello che appariva come un morso, le aveva tranciato la gola recidendo la carotide, e il corpo era coperto di sangue. Erano rimasti tutti sconvolti dall'espressione di orrore che la vittima aveva disegnata sul volto. Gli occhi vitrei erano spalancati.
"Per l'amor del cielo, che qualcuno la copra!" ordinò il capo villaggio.

L'alba era ormai vicina e nonostante per quella notte la ronda non avesse più scopo, nessuno ebbe la voglia di ritirarsi a dormire. La paura e l'orrore erano più forti della stanchezza e tutti avevano in mente i volti insanguinati di Pavel e sua moglie. Qualcuno stava ancora pattugliando il villaggio, ma la gran parte degli uomini si era riunita silenziosamente in piazza, assorta nei lugubri pensieri.
"Cos'è successo?!" si chiese Jožef a un certo punto con le mani nei pochi capelli.
Aeneas provò a rispondere.
"Io penso che l'uomo si sia alzato da letto durante la notte, non so per quale motivo. L'assassino, entrato dalla finestra, deve aver trovato la moglie sola e assopita, ma proprio quando si apprestava a ucciderla, essa deve essersi svegliata. Così invece di soffocarla, le ha reciso la carotide. Il marito probabilmente ha udito qualcosa e uscendo di casa si è ritrovato faccia a faccia con l'omicida, che a sua volta usciva dalla finestra..."
"Due perdite in una sola notte..." la voce del capo villaggio sembrava disperata: "Di questo passo verremo uccisi tutti!"
I tre giovani cavalieri si accorsero che qualcuno si stava avvicinando a piccoli passi. Era una vecchia, la persona più anziana che avessero visto in villaggio fino a quel momento. Sembrava fragile, si appoggiava a un bastone, ma aveva uno sguardo pieno di rabbia. Si rivolse al capo villaggio con voce abbastanza alta da essere udita in tutta la piazza.
"E' tutta colpa vostra!" sbottò: "Tua, Jožef, e di tutti quelli che si erano schierati con te!"
"Sta zitta, vecchia!" era stato Andrej, il figlio del capo villaggio a intervenire: "Le tue storie sono solo sciocchezze!"
"Sciocchezze?!" si offese l'altra: "Idioti! Se continuerete a pensarla così, moriremo tutti! "
"Basta, sparisci!"
Andrej e un altro uomo afferrarono la vecchia e la trascinarono via senza troppi convenevoli.
"Aspettate, a cosa si riferisce?!" provò a fermarli Amber.
"Non darle ascolto, da lungo tempo non è più lucida."
"Le sventurate decisioni di quell'uomo hanno maledetto il villaggio!" insistette tenacemente la donna anziana: "Il passato è tornato, Jožef... Mara avrà la sua vendetta!"
Poi dovette desistere e i due uomini la costrinsero ad allontanarsi. Aeneas fissava con curiosità il capo villaggio, che di fronte a quelle provocazioni non aveva mosso un muscolo, né proferito parola. Aveva ancora l'espressione stravolta di poco prima.
"M-Mara?!" ripeté invece Amber: "Ha detto proprio Mara?!"
E subito ripensò alla leggenda raccontatale da Giulia.
"Maestro, è possibile che il colpevole abbia a che fare con quella storia?" chiese Larth eccitato.
Lui si massaggiò il mento pensieroso.
"In effetti ci sono alcune analogie..." rispose: "Ma preferisco concentrarmi più sui fatti che sulle credenze."

Dopo poche ore di sonno, il cavaliere d'oro si alzò da letto e si vestì in silenzio, intenzionato a uscire. Nonostante la stanchezza però i suoi due giovani allievi se ne accorsero e si destarono. Senza perdere tempo, entrambi si affrettarono a raggiungerlo.
"Dove state andando, maestro?" gli domandò Larth una volta all'aperto.
"Ho la sensazione che il capo villaggio ci tenga nascosto qualcosa. E potrebbe essere cruciale per risolvere il mistero." rispose lui: "Perciò voglio andare a parlare con chi se la sente di farlo."
Dovette giocare un po' d'astuzia per farsi indicare dove abitasse la vecchia di quel mattino. Se i paesani avessero sospettato che intendeva parlarle, forse non lo avrebbero aiutato. Si diresse così verso una cadente casetta ai margini del bosco. Špela, questo era il suo nome, li accolse con un po' d'iniziale sorpresa, ma tutto sommato con indifferenza. Sembrava più preoccupata dei suoi gatti che non riusciva a trovare, che dei visitatori.
"Signora, mi dispiace di doverla disturbare, ma vorrei chiedervi un paio di cose..."
"Muci, muci... Maledizione, dove sono finiti quei due!"
Aeneas fu completamente ignorato e i tre giovani realizzarono che l'anziana doveva essere per davvero un po' fuori di testa.
"Signora Špela... mi scusi..." riprovò lui: "Siamo qui per fermare gli omicidi nel vostro villaggio..."
Non trovando traccia dei felini la vecchia si arrese e si sedette affaticata su una poltroncina di vimini. Solo allora si decise a rivolgere l'attenzione agli ospiti.
"Questo villaggio pagherà per i propri crimini, voi giovani fareste bene ad andarvene." disse improvvisamente, ma con calma: "Il difetto di noi vecchi e di essere troppo superstiziosi..."
"Si riferisce a Mara?" credette di comprendere Amber.
Špela la fulminò con lo sguardo.
"Che vuoi saperne tu, ragazzina?!"
"L-la leggenda..." cercò di giustificarsi: "Ho sentito della leggenda della Mara, che di notte si siede sui dormienti..."
L'altra sospirò calmandosi.
"Sono storie diffuse un po' ovunque, anche se da villaggio in villaggio cambiano nei dettagli..." spiegò: "In realtà essa in origine fu una dea, fu il diffondersi di una religione successiva a demonizzarla e renderla una temuta creatura della notte."
"Perciò questa mattina, parlando della vendetta di Mara..."
"No, ragazzina, stai lavorando troppo di fantasia." la interruppe: "Come ho già detto, qui a Scantian siamo sin troppo superstiziosi... e lo stiamo pagando a caro prezzo. Non è che non creda nell'esistenza della Mara, ma non è a lei che mi riferivo."
"Amber, ora lascia parlare me." riprese la parola Aeneas, passando dalla ragazza alla vecchia: "Questa mattina lei aveva criticato alcune decisioni del capo villaggio, che a suo avviso avrebbero maledetto Scantian, scatenando la vendetta di qualcuno... Vorrei saperne di più."
L'espressione di Špela si fece sofferente, le parole le uscivano difficili.
"Hanno fatto... del male a quella povera ragazza!" confesso quasi con le lacrime agli occhi: "A causa di qualche segno nefasto hanno agito in modo imperdonabile!"
In quel momento Amber si accorse che il suo maestro stava fissando qualcosa oltre la piccola finestra della stanza. L'espressione del leone tradiva una profonda attenzione per ciò che stava vedendo.
"Signora Špela..." chiese infine senza distogliere lo sguardo: "Lei sa dirmi chi è quello?"
Tutti e quattro ora guardavano fuori dalla finestra, ma i due ragazzini non riuscirono a scorgere nessuno.
"È lui?! È di nuovo qui?!" esclamò invece la vecchia: "Ora capisco perché i gatti si sono nascosti!"
Senza perdere altro tempo, Aeneas si fiondò fuori dalla casa e si diresse di corsa verso i margini del bosco, dove si era immersa la sagoma che aveva individuato un attimo prima. Alquanto spiazzati, Amber e Larth si affrettarono a seguirlo. Una volta nel bosco, il leone si guardò attorno, poi accelerò deviando per una precisa direzione. Dopo un paio di minuti di corsa anche i due allievi poterono scorgere davanti a loro qualcuno o qualcosa. Era di colore bianco e sembrava muoversi in posizione eretta. Quando si accorse dei suoi inseguitori, reagì fuggendo. L'inseguimento si protrasse per un tempo che sembrò interminabile, ma Aeneas stava guadagnando gradualmente terreno, finché d'un tratto il suo obiettivo scomparve dalla sua vista. Si fermò e i suoi allievi poterono raggiungerlo.
"Dov'è finito?" chiese Larth ansimante.
"Dev'essere vicino, stavo per prenderlo." rispose il suo maestro: "Credo si sia nascosto tra gli arbusti, ma se stiamo attenti difficilmente potrà sfuggirci."
"Ma... chi era?" domandò Amber: "Era un uomo?"
In effetti a tutti loro era parsa essere una persona, eppure sembrava fosse coperta di pelo.
"Sono abbastanza convinto che si tratti dello stesso tizio che spiava il villaggio questa notte."
"L'avevate visto anche voi, maestro?!"
Lui annuì, ma in quel momento un fruscio di foglie attirò la loro attenzione. Da un cespuglio relativamente vicino sbucò un lupo bianco, che si allontanò rapidamente dai tre, che rimasero meravigliati. Giunto a distanza di sicurezza si fermò a osservarli ricambiato. Era un esemplare eccezionalmente grande e il suo portamento elegante metteva ancora più in risalto la magnifica pelliccia candida.
"È un lupo... bianco." constatò Larth.
"Che la vista ci abbia giocati?" si chiese Amber: "O quello che cerchiamo è ancora nascosto?"
Aeneas ricambiò lo sguardo dell'animale, ma appena azzardò qualche passo nella sua direzione, quello scomparve in un istante. In fondo non poteva certo competere con la velocità di un lupo.
"Non ha senso aspettare ancora." disse poco dopo il cavaliere d'oro: "Qui non troveremo più nessuno."
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